Di Rosa Elenia Stravato
Tra etica dell’immanenza, ribellione antifascista e democrazia dal basso: il pensiero-azione dell’apostolo perugino che sfidò dogmi, partiti e istituzioni
Nella variegata costellazione dell’intellettualità italiana del Novecento, la figura di Aldo Capitini (1899-1968) si staglia con la forza scabra e inassimilabile delle grandi eresie spirituali. Filosofo e al contempo agitatore morale, teorico della nonviolenza ed educatore civile, Capitini ha attraversato la vita pubblica del Paese dagli anni Trenta agli anni Sessanta conservando un profilo di radicale «indipendenza» rispetto ad ogni gabbia ideologica, politica o confessionale.
La sua opera non si lascia rinchiudere entro i confini rassicuranti del rigore accademico né in quelli della speculazione pura: in lui la teoria non è mai disgiunta dalla prassi, e il pensiero vale soltanto nella misura in cui si fa atto immediato di trasformazione della realtà. Nato a Perugia nel 1899 in un ambiente modesto, Capitini matura precocemente un’intensa passione intellettuale. Iscritto a un istituto tecnico, scopre da autodidatta i classici e i contemporanei; nel biennio 1918-1919 compie una vera e propria conversione interiore, abbandonando le suggestioni nazionaliste in favore di un profondo umanitarismo pacifista e socialista. Laureatosi in Lettere e Filosofia nel 1928, perfeziona i suoi studi su Giacomo Leopardi sotto la guida di Attilio Momigliano. Tuttavia, è nella riflessione filosofica e nell’incontro con l’etica kantiana e mazziniana che Capitini individua le ragioni teoriche per opporsi al regime fascista. Mentre ricopre il ruolo di segretario economo della Normale – guidata allora da Giovanni Gentile – Capitini avvia una rete clandestina di propaganda nonviolenta insieme allo studente Claudio Baglietto. Nel 1932, folgorato dalla lezione di Mohandas Gandhi e dalla spiritualità francescana, matura la scelta del vegetarianesimo come coerente estensione della nonviolenza. Il rifiuto di tesserarsi al Partito Nazionale Fascista nel 1933 gli costa l’espulsione dall’ateneo pisano. Tornato a Perugia, vive in una condizione di miseria dignitosa, ma non si arresta. Tra il 1933 e il 1943 tesse una rete di contatti con i maggiori intellettuali dell’antifascismo italiano – da Norberto Bobbio a Piero Calamandrei, da Leone Ginzburg a Cesare Luporini e Luigi Russo. Insieme a Guido Calogero e Walter Binni fonda il Movimento liberalsocialista. L’attività sovversiva gli vale due arresti: nel 1942 nel carcere fiorentino delle Murate e nel 1943 a Perugia.
Quando la lotta antifascista sfocia nel conflitto armato e nella guerra di Liberazione, si consuma uno strappo doloroso quanto emblematico. Capitini non partecipa alla Resistenza: la sua radicale opzione per la nonviolenza gli impedisce di imbracciare le armi o di avvallare l’azione bellica, distanziandolo dalle posizioni del Partito d’Azione. Già nel luglio del 1944, all’indomani della liberazione di Perugia, Capitini traduce la sua idea di democrazia diretta fondando il primo Centro di Orientamento Sociale (COS): un’esperienza pionieristica di partecipazione dal basso, in cui cittadini di ogni estrazione si riuniscono per discutere pubblicamente la gestione della cosa comune. L’esperimento si diffonde in Umbria, a Firenze e a Ferrara, fino a quando, nel 1948, l’ostilità convergente delle forze politiche tradizionali e delle gerarchie ecclesiastiche ne decreta la fine. Contestualmente, Capitini promuove il Movimento di Religione e, dal 1952, il Centro di Orientamento Religioso (COR), battendosi per la libertà di coscienza, la riforma morale della società e l’obiezione di coscienza (di cui sarà il primo, strenuo promotore in Italia). Nel 1961 dà vita alla prima Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli (la Perugia-Assisi), destinata a diventare il simbolo del pacifismo italiano.
La sua intransigenza etica gli attira i dardi del Vaticano e nel 1956 l’opera Religione aperta viene messa all’Indice dei libri proibiti. Va detto che, tentare di rintracciare un’organica collocazione sistematica per l’opera di Capitini è un’operazione forse infruttuosa; egli non è un filosofo accademico nel senso tradizionale, sebbene le sue pagine dialoghino serratamente con Immanuel Kant, G.W.F. Hegel, Søren Kierkegaard, Karl Marx, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Non è un teologo, pur ponendo al centro della propria riflessione il problema del divino -declinato nell’originale formula dell’«Uno-tutti»- e l’orizzonte escatologico di una «tramutazione» del reale.
Non è un politico di professione, sebbene il suo impatto sulle dinamiche civili e pedagogiche del Paese sia stato profondo. Egli incarna la figura del «libero religioso» vale a dire un intellettuale senza tessere né abiti talari, estraneo a ogni logica di partito o di Chiesa. Questa vocazione si rispecchia nella sua produzione bibliografica. Il suo pensiero si sviluppa in aperta polemica con le correnti egemoni della cultura italiana del primo Novecento: l’idealismo e lo storicismo. Dalla lezione di Benedetto Croce, egli mutua l’idea della storia come continua creazione umana e il valore etico dell’azione, ma ne rifiuta radicalmente l’immanentismo assoluto e la giustificazione della realtà esistente. Per Capitini, la storia non deve essere semplicemente compresa o accettata; deve essere tramutata. Da Immanuel Kant, il pensatore perugino eredita il primato della ragion pratica e la categoria del Sollen -il «dover essere»-, rielaborando però l’idea di soggetto in una direzione spiccatamente sociale e comunitaria. L’individuo si definisce all’interno di una fitta rete di intersoggettività che travalica persino il confine della morte. Per spezzare l’autosufficienza dello storicismo e mantenere viva la carica profetica della moralità, Capitini teorizza la necessità di «dualizzare l’immanenza».
La realtà data è segnata dal dolore, dal male e dal limite; l’azione dell’uomo giusto consiste nell’«aggiunta» etica, ovvero nell’introdurre nel mondo presente frammenti di quella «realtà liberata» verso cui la creazione intera deve tendere. Il linguaggio capitiniano – denso di metafore, suggestioni poetiche ed evocative – ruota attorno a un nucleo di concetti chiave che rimangono stabili nell’arco della sua produzione: persuasione, apertura, nonviolenza, tramutazione. Il processo di liberazione dal male e dalla sofferenza non può essere un fatto individuale, né può limitarsi al piano delle riforme politiche immanenti.
La «tramutazione» è un atto religioso e pratico ad un tempo, che chiama a raccolta l’intera comunità degli esseri. La redenzione della realtà non appartiene a un futuro utopico o a un’opera solitaria, ma all’atto etico compiuto qui e ora, capace di instaurare una comunione che unisce i vivi, i morti, la natura e Dio nell’edificazione di una dimensione liberata da ogni disvalore. Forse la lezione di Capitini resta una delle pagine più limpide della filosofia contemporanea: il richiamo incessante a non rassegnarsi al male presente, facendo della nonviolenza non una passiva resa, ma la forma più alta e radicale di contestazione della storia. (Crediti Foto Wikipedia)


