di Rosa Elenia Stravato
Un’opera viscerale che trasforma il dolore di una città in un grido corale di umanità
Ci sono performance che si guardano ed altre che trafiggono. L’evento che il 24 e 25 settembre 2026, alle ore 21, ha preso vita in prima nazionale all’Auditorium TaTÀ di Taranto nell’ambito del Taras Teatro Festival, appartiene imperiosamente a questa seconda categoria. Prometeo a Taranto. La fabbrica illuminata non è una semplice messa in scena, è un’esperienza intima e lacerante, una di quelle rare operazioni artistiche in cui il teatro sociale contemporaneo smette di essere finzione e si fa carne, respiro e comunità.
In un tempo in cui la scena contemporanea spesso rischia di rifugiarsi in un intellettualismo distante, il regista tedesco Joscha Zmarzlik, guida della compagnia Opera To Go, compie un gesto teatrale di altissimo valore etico e poetico. Zmarzlik intreccia il mito arcaico di Prometeo e Pandora con la potenza dirompente de La fabbrica illuminata — l’opera capolavoro composta da Luigi Nono nel 1964 sui suoni e sulle voci registrate degli operai dell’Italsider di Genova — legandoli a filo doppio con la ferita viva dell’industrializzazione tarantina.Ciò che accade sul palcoscenico va ben oltre il testo drammaturgico poiché ad ogni gesto, ad ogni spostamento di luce, ciò che trasuda dalle tavole del palco è un livello di umanità quasi insostenibile per la sua purezza. Affianco allo stesso Zmarzlik, alla voce straordinaria ed evocativa del soprano Niki Lada e alla partitura acusmatica di Nono, il vero cuore pulsante dell’opera è un coro composto da quindici cittadini di Taranto, molti dei quali lavoratori reali dell’acciaieria.
Non si tratta di attori che interpretano un ruolo, ma di corpi e sguardi che portano sul palco il peso, la dignità e il dolore della propria vita quotidiana. Le loro testimonianze, fuse insieme, abbandonano il dato individuale per elevarsi a voce collettiva; un coro tragico moderno che racconta la fatica, la paura, il legame viscerale e drammatico con una terra bellissima e ferita. Vedere i loro volti illuminati dai riflettori, sentire la verità disarmante dei loro accenti e delle loro pause, suscita una commozione profonda che stringe la gola e impone un silenzio quasi sacro in sala.Mettendo in dialogo il teatro documentario, l’avanguardia musicale e l’archetipo mitologico, lo spettacolo pone domande non più rinviabili: qual è il prezzo reale del progresso? Come si sopravvive al conflitto tragico tra il diritto alla salute, il bisogno di lavoro, la salvaguardia dell’ambiente e la sete di giustizia sociale? Il destino dei fumi della fabbrica cessa di essere una questione economica o politica e diventa, il destino di ciascuno di noi.
Il TaTÀ si trasforma così in uno spazio catartico, un perimetro di ascolto, di memoria viva e di confronto necessario. Esserci diventa un dovere umano, un abbraccio collettivo a una comunità che resiste. La performance è il modo più profondo per riscoprire il valore civile del trovarsi insieme al buio a condividere la stessa luce.
Spettacoli come questo ricordano al mondo perché il teatro, quando risponde alla vita, resta il luogo più umano e indispensabile della terra.


