di Rosa Elenia Stravato
La giornalista tarantina ripercorre le sue inchieste pubblicate in podcast da Edizioni CosmoPolis, traducendo la complessità senza mai banalizzarla. In Acciaio e Silenzi racconta la storia dell’ex Ilva di Taranto, restituendo la drammatica contraddizione tra salute e lavoro non come uno scontro tra due schieramenti contrapposti, ma come una ferita reale che da decenni attraversa la comunità tarantina
Nel variopinto e complesso mondo delle multiple possibilità che abbiamo, si staglia quella dell’informazione giornalistica attraverso i podcast. Una moda, per alcuni, un sentimento di adattabilità al tempo per altri.
Il podcasting si sta affermando sempre più come un vero e proprio baluardo di resistenza civile contro l’oblio. Va chiarito che, le inchieste giornalistiche rappresentano il nervo scoperto di ogni società democratica. In un’epoca fagocitata dall’overdose di informazioni e dalla frammentazione delle notizie in pillole da pochi secondi, il giornalismo d’inchiesta non si limita a dire cosa sta succedendo, ma scavando nelle pieghe del potere spiega perché succede, a quale prezzo e nell’interesse di chi.
Il podcasting ha il potere amplificato dalla vocalità, si direbbe. Attraverso la voce, il ritmo e la ricerca rigorosa delle fonti, l’audio-giornalismo riesce a penetrare nelle pieghe più oscure e complesse della storia italiana recente.
In questa intervista che vi proponiamo, la giornalista d’inchiesta Raffaella Fanelli ci guida nel dietro le quinte delle sue indagini — da Storie nere a Acciaio e silenzi — raccontando il metodo, le responsabilità deontologiche e la sfida emotiva di dare voce a verità sgradite: dalle ferite ancora aperte di Piazza Fontana e della strategia della tensione, fino alla drammatica e irrisolta vicenda dell’Ilva di Taranto.
La realtà contemporanea è complessa, intrecciata a perizie tecniche, nomenclature giuridiche, dinamiche finanziarie offuscate o strategie di comunicazione politica mirate a confondere. L’inchiesta giornalistica – diretta dalla Fanelli – compie un’operazione metodologica finissima ed acuta poiché traduce la complessità senza banalizzarla. Mette in connessione il piano tecnico-normativo con l’impatto umano e quotidiano sulle persone, fornendo alla cittadinanza gli strumenti critici necessari per comprendere il mondo e per esercitare in modo consapevole i propri diritti civili e politici.
Nel panorama contemporaneo del true crime e del giornalismo d’inchiesta audio, “Storie nere” si posiziona quale punto di intersezione tra divulgazione e rigore documentario. Nella sua concezione pedagogica e deontologica, questo spazio rappresenta un archivio di memoria civile contro l’oblìo istituzionale? In che modo?
“Sì, credo che ‘Storie nere’ possa essere considerato un archivio di memoria civile contro l’oblio. Penso alle tre puntate del podcast ‘Piazza Fontana, una strage senza colpevoli’, alle voci che raccontano la strage del 12 dicembre 1969 a Milano e, in particolare, alla testimonianza di Franco Freda, accusato della strage insieme a Giovanni Ventura e mai condannato.
La sua voce, accanto a quella di chi quella strage l’ha subita, restituisce un quadro che va oltre il semplice racconto dei fatti. Sono testimonianze inedite che contribuiscono a ricostruire una vicenda complessa. Penso a Pasquale Valitutti, l’anarchico presente in Questura quando Giuseppe Pinelli fu ucciso, e all’ultima intervista alla vedova, Licia Rognini. Voci diverse, che permettono di ricostruire non soltanto i fatti, ma anche il contesto in cui si sono svolti, le responsabilità, le omissioni e le conseguenze che si sono protratte nel tempo.
In ‘Storie nere’ si va quindi oltre il racconto di un singolo caso e oltre la semplice cronaca: si costruisce una memoria, dando spazio alle voci dei protagonisti e consegnando al presente una verità spesso scomoda. Raccontare una storia nera significa non soltanto chiedersi “che cosa è successo?”, ma anche “perché è successo?” e, infine, arrivare anche a dare un nomi a chi ne ha la responsabilità.”
Nelle tre puntate dedicate alla vicenda dell’Ilva di Taranto, la narrazione oscilla costantemente tra il piano processuale e l’impatto umano. In che misura ritiene che l’inchiesta giornalistica su Taranto sia riuscita a superare la trappola del “cronachismo giudiziario”, offrendo all’ascoltatore una reale decodifica delle dinamiche economico-politiche e delle responsabilità strutturali del capitalismo industriale italiano?
“Credo che il punto di forza delle tre puntate di ‘Acciaio e silenzi’ sia proprio il tentativo di non fermarsi alla dimensione giudiziaria della vicenda. Abbiamo deciso, con il direttore Vincenzo Carriero, di tenere insieme le diverse vicende (processo Ambiente Svenduto, sequestro area a caldo, soci e commissariamenti vari) con la storia industriale della città mettendo in primo piano il rapporto tra occupazione e salute, denunciano le assurde scelte della politica, gli interessi economici dei pochi a scapito della salute dei tanti accendendo i riflettori, se mai si fossero spenti, sulle conseguenze sociali e ambientali.
Il rischio del cronachismo giudiziario è infatti quello di raccontare una vicenda attraverso la successione degli atti processuali — un’accusa, una sentenza, un ricorso — perdendo di vista ciò che sta a monte: la gente di Taranto. Abbiamo raccolto decine di testimonianze e sono le voci dell’attore Michele Riondino, regista di Palazzina laf, dell’attrice Anna Ferruzzo, dei giornalisti Moreno Pisto e Giuse Alemanno, e di tanti tantissimi altri ad andare oltre il procedimento giudiziario.
Acciaio e Silenzi è un’inchiesta giornalistica che fornisce all’ascoltatore gli strumenti per riconoscere il dramma del siderurgico di Taranto, di capire chi ha preso le decisioni, di individuare gli interessi in gioco, quali costi vengono trasferiti sulla collettività e soprattutto chi finisce per pagarli.”
Nell’episodio dedicato alla vertenza tarantina, la tensione filosofico-giuridica tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro emerge drammaticamente. Con quale criterio metodologico ha evitato che la trasposizione audio appiattisse questa tragica aporia in una contrapposizione manichea tra “vittime” e “carnefici”, considerando l’estrema complessità sociologica del territorio?
“Nel podcast ‘Acciaio e Silenzi’ ho cercato di non considerare il conflitto tra diritto alla salute e diritto al lavoro come uno scontro tra due parti contrapposte, ma come una contraddizione reale che ha attraversato e continua ad attraversare la comunità tarantina. La scelta, quindi, è stata quella di restituire la complessità delle posizioni senza costruire preventivamente dei “buoni” e dei “cattivi”.
A Taranto, infatti, la questione non può essere letta semplicemente contrapponendo chi difende l’ambiente a chi difende l’industria. Per molte persone l’industria ha rappresentato e rappresenta contemporaneamente una fonte di reddito, un elemento identitario del territorio e, al tempo stesso, una possibile fonte di rischio per la salute propria e dei propri familiari.
Nella trasposizione audio abbiamo cercato di mantenere questa ambivalenza, lasciando emergere le diverse esperienze e mettendole in relazione con i dati, i documenti e la ricostruzione giudiziaria. La bonifica — o, meglio, i diversi tentativi di bonifica — non hanno risolto il problema. Si è arrivati persino alla costruzione di due enormi capannoni, lunghi 700 metri e larghi 250, pensati per ricoprire i parchi minerali.
Ma quella che poteva sembrare una soluzione definitiva non ha eliminato l’inquinamento. I due sarcofaghi – perché questo sono- costruiti per contenere le polveri e limitare il fenomeno dei Wind Days non possono impedire la contaminazione del terreno e, nelle giornate di forte vento da nord-ovest, dall’area industriale continuano ad alzarsi le polveri rosse. C’è una verità che emerge con forza dal podcast, una verità difficile da ignorare: per anni, l’Ilva è stata una mangiatoia per molti, politici e non solo.”
Nelle puntate evidenzia la rete di omissioni e connivenze che per decenni ha protetto il modello produttivo del colosso siderurgico. Nel suo lavoro di ricostruzione, ha ravvisato anche un’autocritica della classe giornalistica nazionale, rea per troppo tempo di aver confinato Taranto a mera periferia industriale dimenticata, o ritiene che la responsabilità mediatica appartenga unicamente ai poteri forti?
“Il giornalista dovrebbe essere il cane da guardia del potere. A Taranto, purtroppo, non è stato così. Spazi pubblicitari, politici compiacenti e giornalisti amici dei politici hanno fatto sì che, per troppo tempo, la stampa ignorasse il problema. Che evitasse di parlarne.
Per troppi anni, anche la Chiesa ha chiuso un occhio. Penso alla Chiesa del Redentore, dove sono entrati operai morti in quella fabbrica e tarantini uccisi dalla polvere rossa che si depositava all’esterno.
Eppure, in quella chiesa, c’è un Cristo che abbraccia la fabbrica e la città. Un’immagine che oggi assume un significato ancora più drammatico: le ciminiere dell’Ilva sono presenti dentro una chiesa nella quale, negli anni, si sono celebrati centinaia di funerali. Una fabbrica e una città strette nello stesso abbraccio. Ma anche una città che, per troppo tempo, ha pagato un prezzo altissimo per il lavoro, per l’indifferenza e anche per il silenzio di certa stampa.”
Taranto è al centro dell’attenzione per l’organizzazione dei Giochi del Mediterraneo. Dal punto di vista della contro-narrazione giornalistica, questa vetrina internazionale rappresenta un’occasione d’oro per riportare la “questione Ilva” nell’agenda politica globale. A suo avviso c’è il rischio di trasformarsi nella consueta operazione di sportwashing destinato a coprire le polveri sottili con la polvere degli stadi?
“Credo che la strategia sia molto semplice: non bisogna rifiutare la narrazione dei Giochi del Mediterraneo, ma andare oltre quella narrazione. È inevitabile che la stampa estera e i grandi media raccontino Taranto attraverso lo sport, i due mari, il patrimonio storico, i tramonti, la cucina e tutto ciò che rende questa città bella e unica. Il problema nasce quando questa immagine diventa la sola immagine possibile della città.
Il compito del giornalismo d’inchiesta è proprio quello di mettere insieme le due facce di Taranto: quella che vuole mostrarsi al mondo e quella che ancora porta sulla pelle le conseguenze di decenni di industrializzazione e di mancata tutela ambientale e sanitaria. Per questo bisognerebbe portare i giornalisti nei luoghi che normalmente non finiscono nelle cartoline: nei quartieri a ridosso dell’area industriale, parlare con le famiglie, con gli ex operai, con i medici, con i cittadini che da anni chiedono risposte sulla salute e sulla bonifica.
Bisogna soprattutto verificare i dati, seguire i soldi, controllare lo stato delle bonifiche e chiedere conto delle responsabilità politiche e istituzionali. Non si tratta di essere contro Taranto, né contro i Giochi del Mediterraneo. Al contrario: raccontare anche ciò che non funziona significa rispettare questa città e i suoi cittadini. In questo modo si comprenderebbero anche i fischi arrivati alla premier Giorgia Meloni.
Il rischio è che per l’occasione Taranto venga trasformata in una bellissima cartolina, mentre dietro quella cartolina rimangono una crisi ambientale e sanitaria e una bonifica che, dopo decenni, continuano a essere questioni aperte. Il giornalismo indipendente deve fare esattamente il contrario: togliere il velo, non per distruggere l’immagine della città, ma per impedire che la sua bellezza venga utilizzata per nascondere le sue ferite.”
La trasposizione di perizie chimiche, epidemiologiche e carte processuali nel formato sintetico del podcast richiede un’operazione di drastico filtraggio. Con quale rigore ha garantito che le esigenze di sintesi del mezzo non abbiano alterato la precisione dei dati tecnici sulle emissioni di diossina e sull’incidenza neoplastica a Taranto?
“È stato sicuramente uno degli aspetti più delicati del lavoro. Nel realizzare il podcast sull’Ilva ho dovuto fare una selezione molto forte dei materials, ma ho cercato di non confondere mai la sintesi con la semplificazione dei dati. Per le emissioni di diossina e per i dati sull’incidenza neoplastica a Taranto mi sono attenuto alle perizie, agli studi epidemiologici e agli atti processuali, cercando di riportare correttamente numeri, periodi di riferimento e fonti.
Tanto devo al dottor Peppo Turco, primario del pronto soccorso dell’Ospedale Santissima Annunziata di Taranto e alle diverse associazioni – Genitori tarantini e Giustizia per Taranto – che mi hanno fornito materiale e testimonianze. Il criterio, quindi, è stato: semplificare il linguaggio e la quantità di informazioni, ma non il significato dei dati. Il podcast doveva essere accessibile a chi ascoltava, senza però perdere il rigore necessario quando si parla di salute pubblica, ambiente e responsabilità giudiziarie.”
Nel tracciare il bilancio del suo viaggio investigativo a Taranto, esiste uno spazio narrativo per immaginare il futuro della città del tutto svincolato dalla presenza dell’acciaieria, o ritiene che la narrazione mediatica sia essa stessa vittima del ricatto secondo cui “senza l’Ilva Taranto non esiste”?
“Sì, credo che quello spazio narrativo esista, e che sia importante provare a raccontarlo. Taranto è una città che conosco profondamente: sono nata lì e il mio è stato, in qualche modo, un ritornare da figlia di un operaio dell’Ilva, allora ancora Italsider. Questo rende il mio sguardo sulla città inevitabilmente anche personale.
La frase ‘senza l’Ilva Taranto non esiste’ rischia di diventare una forma di ricatto narrativo, perché ci costringe a scegliere tra il lavoro e la salute, tra l’economia e l’ambiente, come se non potessero esistere alternative. E anche l’informazione, quando ripropone continuamente questa contrapposizione senza metterla in discussione, può finire involontariamente per rafforzarla.
Io credo invece che Taranto possa esistere senza l’Ilva. Anche perché quel siderurgico che un tempo rappresentava, per molte famiglie, la sicurezza di un posto di lavoro, oggi non può più essere raccontato soltanto attraverso quella promessa: ci sono lavoratori in cassa integrazione e una città che da anni si confronta con un costo ambientale e sociale enorme.
Taranto non è solo acciaieria. È una città con un patrimonio storico, culturale e ambientale straordinario, con il mare, il turismo, l’archeologia, la cultura e tante altre possibilità ancora da valorizzare. Immaginare un futuro diverso non significa cancellare la storia industriale della città o negare l’importanza che l’Ilva ha avuto per generazioni di lavoratori. Significa, piuttosto, permettere a Taranto di immaginarsi anche oltre l’acciaio.”
L’insegnamento di Raffaella Fanelli – che in maniera entusiasta ha accolto la proposta di una chiacchierata con noi – è un fendente scagliato contro l’indolenza della cronaca; il giornalismo d’inchiesta non può e non deve essere un anestetico per le coscienze, né cedere al compromesso della scorciatoia.
Nel rigore con cui sviscera il dramma dell’Ilva di Taranto o squarcia il velo sui buchi neri della storia d’Italia, la Fanelli dimostra che il vero giornalismo non si limita a scartabellare perizie e codici, ma sa contare il prezzo di sangue e sofferenza stampato dietro ogni singola cifra. Strappare la realtà dalle grinfie del potere, smantellare le retoriche d’ordinanza e mandare in frantumi il becero ricatto che vorrebbe un’intera comunità barattare il pane con la salute: è questo il dovere morale di chi fa informazione, l’unico vero atto di restituzione a una collettività troppo a lungo ingannata. Pretendere un futuro per Taranto ‘oltre l’acciaio’ non è una pia illusione o un consolatorio esercizio di stile, ma il dovere civile e la battaglia politica di un giornalismo che ha ancora il coraggio di non rassegnarsi.


