di Rosa Elenia Stravato
Dentro la ferita aperta di Taranto, tra lavoro, malattia e resistenza collettiva nel racconto di un operaio dell’Ilva
La storia dell’Ilva di Taranto è una delle più controverse e dolorose della storia industriale italiana. Per decenni, il più grande stabilimento siderurgico d’Europa ha rappresentato insieme una promessa e una condanna: lavoro, reddito e identità per migliaia di famiglie, ma anche inquinamento, malattia e morte. Taranto vive da sempre in un equilibrio impossibile, sospesa tra il bisogno della fabbrica e il desiderio di liberarsene. Senza l’Ilva, la città rischia il collasso economico; con l’Ilva, paga un prezzo altissimo in termini di salute e qualità della vita. È un ricatto strutturale, radicato, che attraversa generazioni e che ha prodotto una frattura profonda nella coscienza collettiva: lavorare o vivere, produrre o respirare. Dentro questa contraddizione si inserisce “Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto” di Raffaele Cataldi, una testimonianza che non ha nulla di astratto o teorico. Cataldi racconta una guerra, ma non è quella combattuta sui fronti militari.
È una guerra quotidiana, silenziosa, che si consuma tra i reparti di una fabbrica. Per oltre vent’anni, dal 1997 al 2018, l’autore è stato in prima linea, esposto a rischi continui, segnato da incidenti e malattie legate al lavoro. Il suo corpo diventa archivio vivente di ciò che significa davvero lavorare all’Ilva. Il libro, pubblicato da Alegre nella collana Working Class diretta da Alberto Prunetti, si presenta come un racconto diretto, essenziale, privo di retorica. Cataldi ripercorre il suo ingresso in fabbrica fino alla cassa integrazione, mostrando cosa significhi iniziare ogni turno con l’incertezza di uscirne vivi. La fabbrica appare come una roulette russa, dove la probabilità di farsi male o peggio non è mai remota. Fin dall’inizio emergono i conflitti: con i capireparto, con un sistema produttivo che sacrifica la sicurezza, con un sindacato – la Fiom – a cui si iscrive e da cui finirà per sentirsi tradito.
Accanto al racconto individuale, cresce quello collettivo. Insieme a Massimo Battista, a cui il libro è dedicato, e ad altri operai, Cataldi dà vita a un percorso di lotta che porterà alla nascita del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. Un’esperienza che rompe gli schemi tradizionali della rappresentanza e che trova una delle sue espressioni più simboliche nell’Uno Maggio tarantino, manifestazione alternativa al concertone romano, capace di coniugare musica, denuncia e partecipazione. Un momento cruciale arriva nel luglio 2012, quando la magistratura dispone il sequestro dell’area a caldo dell’Ilva. È una decisione storica, che accende lo scontro tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Pochi giorni dopo, durante una manifestazione sindacale, Cataldi e i suoi compagni decidono di prendere parola nonostante il divieto. Lo fanno con un’Apecar malridotta e un impianto audio improvvisato. Quando i vertici sindacali negano loro spazio, se lo conquistano. Il gesto è tanto semplice quanto potente: staccare simbolicamente la spina a un discorso ufficiale per restituire voce a chi vive sulla propria pelle le contraddizioni della fabbrica. Da quel momento, l’Apecar diventa icona di una lotta autonoma, irriducibile. Il Comitato non si limita alla protesta. Elabora il “Piano Taranto”, un progetto dal basso per la riconversione economica e sociale della città, immaginando un futuro oltre l’acciaio. È una proposta radicale, che mette in discussione non solo un modello industriale, ma un intero sistema di valori. Nel libro, Cataldi non dimentica i morti: nove operai tra il 2012 e il 2020. A questi si aggiunge oggi il nome di Claudio Salamida, morto nel gennaio 2026 durante un intervento di manutenzione. Morti che non appaiono come fatalità, ma come conseguenze evitabili di un sistema che continua a mettere la produzione davanti alla sicurezza. La memoria diventa così un atto politico.
Eppure “Malesangue” non è solo un libro di denuncia. È anche una dichiarazione d’amore per Taranto. Cataldi è profondamente legato alla sua terra, alle sue radici, alla sua comunità. La passione per il calcio, vissuta sia sugli spalti sia in campo come portiere, diventa una metafora di appartenenza e resistenza. Nel capitolo dedicato ai compagni di lotta, emergono voci come quella di Simona, presidente del Comitato, che rivendica con orgoglio una posizione intransigente: non accettare compromessi al ribasso, non piegarsi al ricatto, difendere il diritto a una vita piena, non solo alla sopravvivenza. Il racconto si intreccia anche con la memoria di chi ha vissuto Taranto da fuori ma l’ha attraversata nei momenti di mobilitazione: dalle proteste degli anni Novanta contro il potere locale, fino alle manifestazioni del 2009 per la sicurezza sul lavoro.
Ne emerge un’immagine complessa della città, lontana dagli stereotipi: non solo degrado e inquinamento, ma anche dignità, coscienza e capacità di lotta. Il testo è, in definitiva, una testimonianza necessaria. Non offre soluzioni facili né consolazioni. Mostra invece la crudezza di un conflitto ancora aperto, in cui ogni scelta comporta una perdita. La sua forza sta nel restituire voce a chi raramente ce l’ha davvero, nel trasformare l’esperienza individuale in racconto collettivo. La riflessione che resta è scomoda ma inevitabile: Taranto non è un’eccezione, è uno specchio. Racconta fino a che punto una società è disposta a sacrificare vite umane in nome della produzione, e quanto sia difficile immaginare alternative quando un intero territorio dipende da ciò che lo distrugge.
La vera domanda, allora, non riguarda solo l’Ilva, ma il modello di sviluppo che continuiamo a considerare inevitabile. E forse, come suggerisce l’Apecar che irrompe in piazza, il cambiamento comincia proprio quando chi non ha voce decide di prendersela.


