L’associazione di categoria interviene sulla questione del siderurgico tarantino. “Quando dobbiamo capire se convenga mantenere un altoforno, modificare un ciclo produttivo o immaginare una riconversione industriale, forse dovremmo smetterla di consultare tecnici, metallurgisti, impiantisti ed economisti industriali. Del resto, di questi tempi a Taranto l’esperienza specifica sembra quasi un fastidio”
“C’è un fenomeno tipicamente italiano che si manifesta puntuale ogni quattro anni: durante i Mondiali di calcio diventiamo improvvisamente sessanta milioni di commissari tecnici. Il barista sa chi deve giocare terzino, il commercialista spiega il pressing alto, il gommista corregge il centrocampo e il fruttivendolo, tra una cassetta di pesche e una di pomodori, sistema definitivamente la formazione della Nazionale. A Taranto siamo riusciti a fare di meglio: il Mondiale dell’Ilva dura tutto l’anno.” Così in una nota gli esponenti di Aigi Taranto.
“Noi imprenditori che dentro quello stabilimento lavoriamo da decenni, che conosciamo impianti, reparti, manutenzioni, forniture, cicli produttivi, costi energetici e difficoltà quotidiane, evidentemente abbiamo sbagliato metodo. Quando dobbiamo capire se convenga mantenere un altoforno, importare bramme, modificare un ciclo produttivo o immaginare una riconversione industriale, forse dovremmo smetterla di consultare tecnici, metallurgisti, impiantisti ed economisti industriali. – Sottolineano – Meglio fermarsi dal fruttivendolo sotto casa o passare dal gommista o, meglio, dall’avvocato e dal servizio mensa. Potrebbero avere già pronto il piano siderurgico nazionale. Del resto, di questi tempi a Taranto l’esperienza specifica sembra quasi un fastidio.
Dall’aula di tribunale alla cabina di regia della siderurgia
“Da organi di stampa si apprende che l’avvocato Maurizio Rizzo Striano, insieme al collega Ascanio Amenduni, ha assistito l’associazione Genitori Tarantini nell’azione promossa da undici cittadini che ha condotto al decreto della Corte d’Appello di Milano sul fermo dell’area a caldo. – Proseguono – Questo è un fatto, ed è naturalmente legittimo che un avvocato difenda con determinazione le ragioni dei propri assistiti.
Il problema comincia quando dal terreno del diritto si passa con sorprendente disinvoltura a quello della politica industriale, dell’economia, della siderurgia e perfino della strategia economica nazionale.
Non risulta che Rizzo Striano abbia formalmente un titolo da ingegnere siderurgico; ma nelle sue dichiarazioni il confine fra valutazione giuridica e sentenza sul futuro industriale di Taranto diventa sempre più sottile. – Si legge nella nota – Arriva a definire il provvedimento milanese uno “scacco matto” e sostiene che l’epoca delle cause sarebbe sostanzialmente terminata.
Curioso. Perché mentre tecnici, imprese, Governo, lavoratori e potenziali investitori cercano ancora di capire come organizzare produzione, decarbonizzazione, approvvigionamenti, energia e occupazione, la partita per qualcuno sarebbe già finita. Evidentemente anni di esperienza siderurgica possono essere sostituiti da qualche comma ben interpretato.”
Quando le parole cambiano la natura delle cose
“Il problema più serio dell’intervento pubblicato da CosmoPolis a firma dell’avv. Rizzo Striano è un altro. È bene essere rigorosi: non spetta a un editoriale stabilire se determinate frasi integrino penalmente una minaccia, un’istigazione o un comportamento eversivo. Questo compete esclusivamente alla magistratura. – Evidenziano gli esponenti di Aigi – È però perfettamente legittimo domandarsi quale significato politico e sociale possano assumere certe parole quando vengono pronunciate nel mezzo di uno scontro già esasperato sul futuro della più grande acciaieria italiana.
Rizzo Striano definisce quello dell’esecutivo l’“infimo livello di questo governo”. Espressione violentemente polemica, ma ancora pienamente dentro il perimetro del confronto politico. Più problematico è quando attribuisce ai governanti “inconfessabili interessi di bottega”: si passa dalla contestazione delle decisioni all’insinuazione di interessi nascosti, senza che nel testo vengano indicati fatti specifici capaci di dimostrarli. Poi il registro cambia radicalmente (in peggio).
Nel mezzo di una discussione sull’ex Ilva compare il richiamo storico alle direttive partigiane del 1944: “Se i fascisti non si arrendono […] fucilateli”. – Prosegue la nota – Subito dopo vengono evocati guerra civile, odio, vendetta, dittatura e il rischio di asservimento delle istituzioni. Ed è qui che la questione diventa, a nostro modesto parere, grave.
Nessuno vieta di parlare della Resistenza, della guerra civile o della storia italiana. Ma per quale ragione introdurre le fucilazioni del 1944 in un intervento del 2026 sul ricorso in Cassazione dell’ex Ilva? Qual è il collegamento politico che si vuole suggerire al lettore?
Perché dopo aver evocato armi, fucilazioni, dittatura e vendetta, l’articolo si conclude affermando che, qualora non si riesca a mandare a casa democraticamente chi governa, “il percorso è già tracciato”? È proprio la sequenza a essere inquietante.
Isolata, l’espressione “percorso già tracciato” potrebbe significare qualsiasi cosa: protesta, mobilitazione politica, disobbedienza civile, cambio di strategia. – Affermano – Collocata immediatamente dopo un richiamo alle fucilazioni della guerra civile assume inevitabilmente un significato retorico molto più cupo. E chi possiede responsabilità pubbliche, professionali o associative dovrebbe sapere che le parole non vengono lanciate nel vuoto.
Taranto ha già vissuto anni di esasperazione, contrapposizioni feroci, famiglie divise fra salute e lavoro, lavoratori impauriti e istituzioni delegittimate. A cosa serve aggiungere al dibattito persino l’immaginario della guerra civile? Questo non significa censurare nessuno. Significa pretendere responsabilità.”
Poi arriva Ladisa. E scopriamo un altro esperto in siderurgia
“Come se non bastasse, a Ferragosto è intervenuto anche Vito Ladisa, presidente della SS Taranto Calcio e imprenditore del gruppo barese Ladisa, storicamente operante soprattutto nella ristorazione collettiva e nei servizi collegati: catering, forniture alimentari, ristorazione commerciale, banqueting, progettazione di cucine, pulizie e manutenzioni. È un gruppo importante, con migliaia di dipendenti. Ma non è un gruppo siderurgico.
Ladisa ha sentenziato: “Ex Ilva va chiusa. Non per ideologia, ma per onestà”. E poco dopo rivendica la propria autorevolezza imprenditoriale con un eloquente “E lo dico da chi il lavoro lo crea davvero”. Davvero? Qui il sarcasmo diventa quasi superfluo.
Nessuno mette in dubbio che gestire migliaia di dipendenti nella ristorazione collettiva richieda capacità imprenditoriale. – Sottolineano – Ma seguendo questo principio, un costruttore di automobili potrebbe spiegare a Ladisa come organizzare trentacinque milioni di pasti l’anno perché anche lui ‘crea lavoro’”.
Essere imprenditore non significa diventare automaticamente esperto di ogni industria.
“La siderurgia a ciclo integrale non è un servizio mensa un po’ più grande. Chiudere un’area a caldo significa discutere di approvvigionamento nazionale dell’acciaio, coils, bramme, energia, porti, automotive, meccanica, cantieristica, difesa, importazioni, bilancia commerciale e migliaia di imprese dell’indotto. – Proseguono – Dire ‘chiudiamo e sostituiamo con porto, turismo, agroindustria, blue economy e grandi eventi’ è semplice.
Trasformare quella frase in PIL, salari, capacità produttiva, esportazioni e posti di lavoro equivalenti è leggermente più complicato. “Taranto deve cambiare” è il più semplice degli slogan. La domanda più concreta e seria è: Quanto PIL sostitutivo? Quanti occupati? Quali salari? Quali tempi? Quali investimenti già finanziati? Quante imprese insediate? Questa è economia.
Il paradosso finale
“Un avvocato ci spiega quando è terminata la storia siderurgica di Taranto. Un imprenditore della ristorazione collettiva ci spiega quale modello industriale il mondo avrebbe ormai superato. – Affermano – E chi da decenni costruisce, manutiene, lavora e investe dentro quella fabbrica dovrebbe probabilmente ascoltare in rispettoso silenzio. Magari prendendo appunti.
Perché questo è diventato il grande paradosso tarantino: più una questione è tecnicamente complessa, più sembrano avere certezze quelli che professionalmente ne sono più all’oscuro. E quando alle certezze tecniche improvvisate si aggiungono richiami a fucilazioni, guerra civile e percorsi già tracciati, non siamo più davanti soltanto al folklore del ‘siamo tutti allenatori’. – Prosegue la nota – Siamo davanti a un linguaggio che merita di essere denunciato pubblicamente per ciò che produce: esasperazione, delegittimazione dell’avversario e pericolosa ambiguità sul confine oltre il quale la politica smette di essere confronto democratico.
A questo punto viene spontaneo ricordare la famosa frase: “La tolleranza arriverà ad un tale livello che alle persone intelligenti sarà vietato fare qualsiasi riflessione per non offendere gli imbecilli.” – Concludono gli esponenti di Aigi – Perché a Taranto, in questo momento delicato per il futuro di migliaia di famiglie, ne abbiamo già abbastanza di persone che parlano con assoluta certezza di cose che non conoscono e che non hanno mai fatto!”


