Erasmo Venosi
Il Governo Meloni non ha capito granché sull’Ilva al pari degli Esecutivi precedenti. La battaglia di retroguardia dei sindacati. E una città da sempre sospesa lungo il crinale dei diritti contrapposti. Una brutta pagina italiana
Nei sistemi complessi il punto di biforcazione è un momento di svolta in cui una piccola modifica a un parametro esterno cambia in modo improvviso e radicale il comportamento o la stabilità del sistema.
Ritengo che la vicenda Ilva raggiungerà la biforcazione il prossimo mercoledì 9 settembre, quando la Corte d’Appello di Milano deciderà sull’istanza di sospensione presentata dalle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia. La chiusura dell’area a caldo, con le incredibili dichiarazioni del ministro per le Imprese Urso di un sistema giudiziario che riscrive le regole del gioco e di un rappresentante sindacale che dichiara che bisogna impedire la chiusura.
Emerge il dato di un Esecutivo incapace di gestire l’emergenza sociale e di un sindacato che bada unicamente ai suoi interessi. La variabile salute in un ambiente inquinato conta o no? La legge conta o no? Ricordo la modifica costituzionale degli artt. 9 e 41. Introdotta la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica. L’ambiente diventa un valore costituzionale primario e viene introdotto per la prima volta il principio di responsabilità intergenerazionale. L’art. 41 regola l’iniziativa economica privata. La riforma ha modificato il secondo e il terzo comma per porre l’ambiente come limite invalicabile all’attività d’impresa. Fine del bilanciamento “alla pari”.
Con il nuovo testo dell’articolo 41, l’ambiente e la salute diventano “limiti espliciti e invalicabili” all’attività d’impresa. La giurisprudenza consolidata anche da storiche sentenze della Corte Costituzionale — ha chiarito che nessuna norma o interesse strategico nazionale può legittimare un’azienda a continuare a produrre se danneggia stabilmente la salute e l’ecosistema. Basta con la marginalizzazione o addirittura omissione del problema primario della salute e del prezzo pagato dai cittadini di Taranto in 60 anni di attività. Basta con le polveri sottili e ultrasottili che sono monitorate ma non ridotte quando superano i limiti sanitari. Polveri oggetto di prescrizioni nell’AIA concessa. Tre le opzioni restando in ambito siderurgico.
Forni elettrici e preridotto con variante di sostituzione del gas naturale con idrogeno è morta! Il modello “Ilva bonsai” delle imprese, qualora l’area a caldo venisse spenta definitivamente, prevede la rinuncia alla produzione primaria di acciaio (zero altoforni e zero preridotto). Soluzione che abbatte il fabbisogno energetico ma anche la produzione, che non eccederebbe i 3 milioni di tonnellate annue e che genererebbe migliaia di esuberi. Poi ci sono problemi finanziari. Federacciai intende inglobare i 320/390 milioni del prestito ponte nel prezzo di acquisto degli stabilimenti da parte della Newco. Inoltre, nella Newco formata da 14 imprese deve entrare, afferma Federacciai, anche lo Stato attraverso Invitalia o il MIMIT.
Sicuramente scatta il contenzioso con l’UE se lo Stato è compartecipe. Comunque la questione del rimborso del prestito entro sei mesi sconta anche interessi all’11,2% sul prestito ponte da 320/390 milioni di euro. L’attività della Newco promossa da Federacciai e 14 grandi gruppi siderurgici italiani (tra cui Marcegaglia e Arvedi) consisterebbe nella gestione esclusiva degli impianti di laminazione e finitura (l’area a freddo) dell’ex Ilva. L’area a freddo trasforma i semilavorati e le billette d’acciaio in prodotti finiti, come lamiere e nastri, destinati alle industrie meccaniche, automobilistiche ed edili. I privati italiani si assicurano così la materia prima e i prodotti finiti per le proprie aziende, lasciando però ancora forti interrogativi sul futuro dei lavoratori dell’area a caldo e sull’intero indotto di Taranto. Il Piano, infine, è subordinato a un’analisi approfondita dei conti e dei debiti di Ilva e si configura come un’offerta non vincolante.
L’attività della Newco promossa da Federacciai e 14 grandi gruppi siderurgici italiani (tra cui Marcegaglia e Arvedi) consisterebbe nella gestione esclusiva degli impianti di laminazione e finitura (l’area a freddo) dell’ex Ilva. L’area a freddo prende i semilavorati o le billette d’acciaio e li trasforma in prodotti finiti (lamiere e nastri) pronti per le industrie meccaniche, automobilistiche ed edili. I privati italiani si assicurano la materia prima e i prodotti finiti per le proprie aziende, lasciando però grandi incertezze sul futuro dei lavoratori dell’area a caldo e sull’intero indotto di Taranto. Infine il Piano è subordinato a un’analisi approfondita su conti e debiti di Ilva e rappresenta un’offerta non vincolante.
Su Taranto esistono anche 17 progetti industriali del valore di 2 miliardi di euro e che riguardano 8 settori alternativi alla siderurgia. Progetti implementati nell’area di Ilva estesa per 170 ettari, dei quali 140 bonificati. Questi progetti, congiunti alle bonifiche del sito, potrebbero impiegare gli operai ex Ilva. Esistono persino norme e stanziamenti recenti del governo che prevedono fondi per integrare la cassa integrazione dei lavoratori legandola proprio a percorsi di formazione nel settore delle bonifiche e dello smantellamento degli impianti.
Gli impedimenti? L’uso strumentale della formazione e riconversione professionale che rappresenta un ostacolo non insormontabile. Inutili allora i programmi legati al Just Transition Fund? Accelerare attraverso la semplificazione normativa e la nomina di commissari ad hoc, come è avvenuto per le opere strategiche del PNRR, e la nomina di un osservatorio bonifica SIN Taranto quale unica struttura di riferimento del commissario. Infine la monocultura siderurgica dei sindacati che prescindono dalla drammatica situazione ambientale, dai vincoli finanziari posti dall’UE e da 600 milioni di tonnellate di surplus di acciaio sul mercato globale.


