Ad ogni crisi – e paventata chiusura dell’Ilva – si evoca la legge speciale per Taranto. La nostra panacea. Il nostro Oki. Peccato che la legge in questione non abbia nulla di speciale. Che i suoi cultori non siano in grado di spiegarla. Di esplicitarla. Decaro, Bitetti, è ora di andare oltre la mera decarbonizzazione
Una legge speciale per Taranto. Tutti la chiedono, in molti la reclamano. Quando le cose si complicano, basta evocarla perché gli animi possano rasserenarsi. Le tensioni rallentare, sino a rientrare completamente. Un po’ panacea. Un po’ Oki: cura tutto, non lo prescrive il dottore, ce la somministriamo da soli. L’insidia (o l’inganno), in questo caso, si cela nell’aggettivo più che nel bugiardino. Nell’espressione “speciale”. E’ impegnativa, ma non esplicita abbastanza. Non spiega. Non circostanzia.
Provate a chiedere a Decaro, oppure a Bitetti, della legge speciale per Taranto. Domandate loro in cosa consista realmente. Quali gli interventi ipotizzati. Dove andranno cercate le risorse. Se ispirati, vi risponderanno con la solita ridda di frasi fatte. D’impegno futuribile. Con il tempo, alla fine, che prende soltanto altro tempo. La legge speciale per Taranto, nella vulgata della nostra classe dirigente, è la decarbonizzazione e poco altro. Una spruzzatina di “no tax area” da rilanciare così, perché suona bene. Perché fa effetto. Perché quando le crisi divengono complesse, il richiamo alle politiche fiscali è quanto scritto nel bignami delle buone intenzioni. La promessa di investitori ai quali indicare, tracciando una linea sull’atlante, dove si trovi la città dell’Ilva.
Bisognerebbe avere il coraggio, l’onestà intellettuale per ammetterlo: di speciale, la legge per Taranto, non ha niente di speciale. Un ceto politico sotto l’ordinario non potrà mai partorire qualcosa di speciale. Figuriamoci, poi, una legge; un impianto normativo organico. Una riforma di struttura in grado di traguardare l’avvenire di una comunità. Taranto dovrebbe chiedere per sé il riconoscimento di Città Metropolitana. L’attribuzione di unica Autorità portuale pugliese. L’apertura ai voli civili dell’Aeroporto di Grottaglie. L’insediamento, in città, di un’Agenzia europea del Mediterraneo. Un’università che sia tale, autonoma, non più appendice di Bari. L’istituzione di premi culturali internazionali, perché la sola bonifica ambientale non è più sufficiente. Taranto dovrebbe tornare a pensare – e pensarsi – come la capitale che fu nell’antichità. Se davvero volesse essere speciale.


