di Maria D’Urso
Questa è la storia degli alloggi comunali Carim: tra continui rimpalli, gli inquilini rischiano di sloggiare dalle proprie case, assegnate ai parenti negli anni 80′. Nonostante paghino l’affitto, vengono considerati occupanti senza titolo perché non possiedono un regolare contratto di locazione. E l’assessore al Patrimonio, Riso, cosa dice a tal proposito?
Chiedere a degli inquilini di sloggiare, dopo oltre vent’anni, dalle proprie case è moralmente ingiusto. E pretendere delle somme di spese legali, che non hanno sostenuto, è inverosimile. Questi sono i paradossi della vicenda irrisolta tra le amministrazioni comunali tarantine, che si sono susseguite dal 2005, la Carim e gli assegnatari di case popolari. Questa vicenda giudiziaria negli anni ha assunto dei contorni sempre più assurdi dal momento che ci sarebbero stati una serie di rimpalli amministrativi: gli inquilini, nonostante abbiano recepito questi alloggi e pagano l’affitto, vengono considerati occupanti senza titolo perché non possiedono un regolare contratto di locazione. Questo è molto altro è parte di una serie di vicende burocratiche e giudiziarie, mai del tutto risolte, come le ultime spese legali che le famiglie dovrebbero sostenere dal momento che l’Ente civico si è costituito parte civile. Persone, come ci racconta Luigi Lamusta, delegato SUNIA (Sindacato Unitario Nazionale Inquilini ed Assegnatari), di età avanzata e contesti personali altrettanto difficili, che ogni sera si addormentano nell’incertezza che, da un momento all’altro, potrebbero essere sfrattati pur pagando regolarmente l’affitto.
Da Craxi a Di Bello, il Comune e la Carim: la genesi del tutto
Questa vicenda affonda le radici oltre trent’anni fa. Socialista di nome e di fatto, negli anni 80’, l’ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi istituì un piano per alcuni Comuni italiani (comprendendo Taranto) per risolvere la questione dell’emergenza abitativa. Diede, dunque, la possibilità alle amministrazioni comunali indicate nel Piano di acquistare immobili e distribuirli. Qualche anno dopo le costruzioni, il consiglio comunale tarantino guidato dal sindaco Giuseppe Cannata, con l’assessore al Patrimonio Giovanni Battafarano, deliberò quanto stabilito e le case vennero assegnate. Trascorrono molti anni in cui tramonta, perfino, la Prima Repubblica. Siamo alla Seconda, nel 2005, anno in cui l’amministrazione di centrodestra guidata da Rossana Di Bello, per esigenze finanziarie (poi rivelatesi l’anno dopo col dissesto finanziario) dismise una parte del patrimonio immobiliare municipale, ubicato in diversi quartieri della città, tra cui Porta Napoli, Tre Carrare Battisti, Borgo, Italia Montegranaro, Lama e anche nel vicino comune di San Giorgio Ionico. Edifici che, tuttavia, furono ceduti dal Comune alla Carim, la partecipata che a sede presso la Soget. Per rientrare nelle spese il Comune vendette queste case per circa 5milioni. Fu fatto il rogito, ma per vari tiri e molla non venne sancita la convenzione, che avrebbe dovuto interpretare e regolarizzare tutti i rapporti tra l’Ente civico e la partecipata, soprattutto sul fronte delle aste. Dopodiché il 17 ottobre del 2006 il commissario straordinario Tommaso Blonda dichiarò il dissesto finanziario, la giunta cadde e la convenzione non fu mai scritta. Trascorrono altri anni e la convenzione fu sottoscritta solo nel febbraio 2019, nel corso della prima amministrazione Melucci. Lamusta riferisce di aver avuto incontri anche con l’ex assessore della giunta Melucci, Francesca Viaggiano e con le ultime amministrazioni, proprio nel tentativo di affrontare il problema nella sua interezza.
Inizia l’odissea
È proprio nel 2019 che la questione inizia a intricarsi. Cominciano, infatti, a partire le prime lettere di sfratto e, l’anno successivo, vengono eseguiti i primi sgomberi. Qui interviene Lamusta tramite il Sunia, che prende di petto la situazione e, organizza, decine e decine di incontri nel tentativo di trovare una soluzione per gli assegnatari. Nel frattempo, dopo tre aste andate deserte, il valore degli immobili viene abbassato fino al 40%. Il Sunia, sulla base delle indicazioni ricevute dal Comune, presenta i nominativi di alcune persone interessate ad acquistare gli alloggi e disponibili a sostenere il costo richiesto. Proposta, ci riferisce Lamusta, a cui il Comune non avrebbe dato seguito. La situazione torna a farsi, particolarmente delicata, nel 2023 quando la Carim procede con gli altri sfratti. Il Sunia si oppone, sostenendo le ragioni degli assegnatari e contestando la possibilità di considerarli semplicemente come occupanti senza titolo. La vicenda approda, così, nelle aule del Tribunale di Taranto. “Qui il giudice – spiega Lamusta – sulla base della documentazione contrattuale esaminata ha ritenuto conclusi e mai rinnovati i contratti di locazione. Tuttavia, non crediamo che non sarebbero state adeguatamente considerate le assegnazioni degli alloggi e il fatto che gli inquilini abbiano continuato a corrispondere il canone di locazione”. È questo uno dei nodi principali della vicenda: nella causa di sfratto avviata dal Comune, gli attuali residenti vengono considerati occupanti senza titolo, nonostante molti di loro vivano in quegli alloggi da decenni e abbiano continuato a pagare il canone, proprio come sancito nella delibera di giunta degli anni 80’.
Qual è il problema?
“Queste persone sono state penalizzate da una situazione che non hanno creato loro” spiega Lamusta. Secondo il delegato Sunia, infatti, i rapporti tra il Comune e la Carim sarebbero ormai scaduti, mentre la società continua a essere proprietaria degli immobili e a percepire i canoni versati dagli inquilini. Il problema, dunque, ricadrebbe ancora una volta sull’amministrazione comunale, che negli anni non avrebbe provveduto a regolarizzare una situazione rimasta sospesa. A complicare ulteriormente il quadro ci sono le richieste economiche avanzate nei confronti degli inquilini. Si ribadisce che il Comune, dopo essersi costituito parte civile nella vicenda, avrebbe richiesto il pagamento di somme legate anche alle spese legali: “È paradossale – sostiene Lamusta – che il Comune consideri queste persone senza titolo e, contemporaneamente, chieda loro un risarcimento. Gli assegnatari, nel frattempo, hanno continuato a pagare gli affitti”. Il sindacalista riferisce di aver avuto incontri con diverse amministrazioni, compresa quella attuale, nel tentativo di riportare il problema al centro del confronto istituzionale. Eppure, secondo quanto sostiene il delegato Sunia, ci sarebbe un ulteriore paradosso: “L’assessore al Patrimonio, Riso, non sa nemmeno che esiste questo problema. Anche se resta una priorità del sindaco e di tutta l’amministrazione”. Una circostanza che, se confermata, renderebbe ancora più evidente la frammentazione nella gestione di una vicenda che si trascina ormai da anni.
Le richieste del SUNIA
Nelle ultime settimane il Sunia ha provato a riaprire il confronto con l’amministrazione comunale. Si sono tenuti, nei mesi scorsi, molti incontri con il sindaco Piero Bitetti e il consigliere regionale Mino Borraccino (che si starebbe interessando alla vicenda) nel tentativo di individuare una soluzione per gli inquilini coinvoltiLa proposta del sindacato è quindi quella di arrivare a un accordo che consenta di regolarizzare la posizione degli inquilini, attraverso nuovi contratti di locazione a canone calmierato, mettendo fine a una situazione che si trascina da anni. Secondo Lamusta, il nodo principale resta quello dell’avvocatura comunale: sarebbe stato necessario intervenire per bloccare le richieste e consentire un confronto complessivo sulla vicenda, ma finora, sostiene il delegato Sunia, non sarebbe stato fatto nulla di concreto, nonostante gli impegni assunti. Ora il problema è esploso anche sotto il profilo economico, con il Comune che ha inviato agli inquilini le richieste di risarcimento. Una situazione che, secondo il Sunia, evidenzierebbe le difficoltà della pubblica amministrazione nel gestire una vicenda che coinvolge più uffici e competenze. Sul futuro, il timore del sindacato è che eventuali nuove norme nazionali, in materia di sfratti, possano ulteriormente complicare il quadro e gli inquilini rischierebbero di trovarsi ancora una volta davanti a un bivio, nonostante abbiano continuato a pagare regolarmente i canoni. Per il Sunia, quindi, la soluzione non può essere un altro rinvio: “O il sindaco si assume la responsabilità di questa vicenda – conclude Lamusta – oppure continueremo a fare riunioni senza che accada nulla. Gli inquilini sono stanchi e disillusi: presto potrebbero non più rispondere delle proprie azioni”.


