L’associazione chiede che la tutela della salute e dell’ambiente sia perseguita con misure fondate su evidenze verificabili, tempi tecnicamente sostenibili e responsabilità chiare
AIGI interviene sulla vicenda giudiziaria che riguarda la fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva e chiede che la tutela della salute e dell’ambiente venga perseguita attraverso misure fondate su evidenze verificabili, tempi tecnicamente sostenibili e responsabilità definite: “Una decisione capace di compromettere il futuro dell’ex Ilva, delle imprese dell’indotto e di migliaia di lavoratori – sottolinea AIGI – deve spiegare perché la soluzione più drastica, come la chiusura dell’area a caldo, sia anche quella necessaria. La portata sociale della crisi, che coinvolge circa 20mila famiglie considerando l’occupazione diretta e le filiere collegate, impone una risposta proporzionata alla gravità delle conseguenze”.
AIGI ricostruisce quindi le ultime tappe della vicenda giudiziaria. L’11 settembre la Corte d’Appello di Milano ha respinto la prima richiesta di sospensione del provvedimento di fermata dell’area a caldo, da attuare entro il 28 ottobre. Il 28 settembre il sostituto procuratore generale Angelo Renna ha espresso parere contrario anche sulla nuova istanza, chiedendone l’inammissibilità o il rigetto. Il ricorso sarà discusso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione il prossimo 20 ottobre, data fissata per l’udienza e non necessariamente per la pubblicazione della decisione. Nel frattempo, il 30 settembre, la Corte d’Appello di Milano, chiamata a pronunciarsi sulla nuova richiesta di sospensiva presentata dai legali di Ilva e Acciaierie d’Italia, si è riservata la decisione. Secondo quanto riportato dalla stampa, i tempi potrebbero non essere brevi.
Per AIGI, il punto centrale è la proporzione tra il rischio che si intende evitare e il danno che una fermata può determinare sul piano industriale e sociale: “Un’attesa di venti giorni, dal 30 settembre al 20 ottobre, con la produzione sospesa e gli impianti mantenuti nelle sole condizioni necessarie alla loro conservazione, merita una valutazione specifica. Non è corretto assimilare automaticamente il preriscaldo alla marcia produttiva”. L’associazione ritiene quindi necessario verificare, attraverso controlli indipendenti, se il mantenimento degli impianti in preriscaldo possa consentire di preservarne la capacità produttiva senza determinare un aggravamento significativo del rischio sanitario: “Se il preriscaldo, sottoposto a controlli indipendenti, non determina un aggravamento significativo del rischio – sostiene AIGI – opporsi anche a questa soluzione conservativa appare sproporzionato. Una rigidità che trascurasse alternative tecnicamente praticabili rischierebbe di assumere un’impronta ideologica e antindustriale”.
AIGI precisa di non voler attribuire intenzioni personali ai magistrati, ma pone una questione di metodo: “Contestiamo un approccio che, qualora prescindesse dalle condizioni effettive degli impianti e dalle misure disponibili, finirebbe per considerare la conservazione della capacità produttiva come un interesse sacrificabile, quando invece rappresenta un elemento essenziale per il futuro industriale e occupazionale del territorio”. Secondo l’associazione, inoltre, la vicenda rischia di trasformarsi in un conflitto istituzionale con il Governo, impegnato a garantire continuità e rilancio del polo siderurgico. “Quello che da lontano può apparire come una scaramuccia tra poteri dello Stato ricade concretamente sulle famiglie e sulla manifattura nazionale. Il compito delle istituzioni deve essere quello di rendere compatibili tutela ambientale, adeguamento degli impianti e prospettiva industriale, evitando che tempi giudiziari e decisioni amministrative producano un esito distruttivo prima che siano state valutate tutte le alternative”.
Il nodo dell’amianto e delle emissioni
AIGI richiama anche la necessità di fare chiarezza sulla presenza di amianto negli impianti: “La difesa di Acciaierie d’Italia sostiene, nella memoria pubblicamente consultabile, che quello presente nei cowpers sia collocato fra la corazza metallica e i mattoni refrattari e richiama documentazione amministrativa che lo descrive come contenuto. Si tratta di un elemento rilevante che deve essere verificato attraverso i rapporti ispettivi e i dati aggiornati”. Per l’associazione, occorre inoltre conoscere in maniera puntuale lo stato dei manufatti, l’integrità dei sistemi di confinamento, i risultati dei campionamenti effettuati nei luoghi di lavoro e nelle aree cittadine limitrofe, nonché i metodi di analisi utilizzati.
Analoga attenzione viene chiesta sul particolato atmosferico: “Per PM10 e PM2,5 servono dati sulla qualità dell’aria, sul contributo attribuibile agli impianti e sulla valutazione del rischio nelle diverse condizioni operative. Un’analisi riferita allo scenario autorizzato di sei milioni di tonnellate annue non può esaurire la valutazione relativa a venti giorni senza produzione”. AIGI richiama quindi la necessità di distinguere tra la presenza di un materiale e il concreto rischio di esposizione: “La presenza di amianto non può essere automaticamente equiparata a una situazione di rischio tale da rendere necessaria l’interdizione di un impianto. Occorre valutare lo stato di conservazione del materiale, il suo confinamento e l’effettiva esposizione”. Secondo AIGI, proprio questo principio deve essere chiarito anche rispetto alle possibili conseguenze della decisione della Suprema Corte: “La conferma del provvedimento non comporterebbe automaticamente la chiusura di ospedali, edifici pubblici, impianti industriali o abitazioni nei quali sia presente amianto confinato. Se, invece, la mera presenza del materiale fosse considerata sufficiente a determinare un’interdizione, senza una valutazione delle condizioni di conservazione e dell’esposizione, le conseguenze sarebbero dirompenti”.
AIGI: «Servono certezze per imprese e lavoratori»
L’associazione guarda infine alle conseguenze che potrebbero derivare dalla decisione delle Sezioni Unite della Cassazione: “Se la Cassazione confermasse il provvedimento milanese, si aprirebbe una questione rilevante anche per il sistema industriale italiano: quale certezza possono avere le imprese rispetto alle autorizzazioni ottenute e alle prescrizioni che sono chiamate a rispettare? La sovrapposizione delle valutazioni giudiziarie e amministrative deve essere accompagnata da criteri tecnici e giuridici chiari, soprattutto quando sono in gioco investimenti, occupazione e capacità produttiva”. AIGI sottolinea inoltre che il rispetto dei limiti emissivi non rende automaticamente un impianto immune da ulteriori interventi, ma ritiene necessario che eventuali provvedimenti restrittivi siano accompagnati da evidenze e motivazioni verificabili: “Dire che esiste amianto all’interno degli impianti o che vengono emessi PM10 e PM2,5 non è sufficiente. Occorre dimostrare quale sia il livello di dispersione, quali siano le misurazioni effettuate e quale rischio concreto ne derivi. Altrimenti si rischia di imporre una misura senza definire con precisione quale sia la soglia di rischio che si intende superare”.
In vista della decisione della Suprema Corte, AIGI annuncia che chiederà al Governo “un piano operativo verificabile” e alle autorità competenti “un confronto fondato sui dati”, con modalità chiare per la conservazione degli impianti, controlli pubblici e un cronoprogramma degli interventi: “Le imprese dell’indotto hanno bisogno di sapere quali attività continueranno, quali ordini potranno essere eseguiti e quali strumenti saranno messi in campo per proteggere l’occupazione. La chiusura di una capacità produttiva strategica richiede una motivazione tanto rigorosa quanto sono gravi le sue conseguenze. Il futuro delle famiglie coinvolte e di una parte della manifattura italiana – conclude AIGI – non può restare ostaggio dell’incertezza. Servono decisioni fondate su dati, responsabilità chiare e una valutazione concreta delle alternative possibili”.



