Stop alla produzione d’acciaio e 550 posti di lavoro a rischio
Il modello industriale tedesco scricchiola proprio nel suo cuore più antico: la siderurgia. A Duisburg, simbolo storico dell’acciaio europeo, la crisi energetica e l’aumento dei costi di produzione stanno ridisegnando profondamente il futuro dell’industria pesante.
Uno dei casi più emblematici è quello di ArcelorMittal. Nel sito di Duisburg resterà operativo soltanto il laminatoio dedicato alla vergella, utilizzata soprattutto nei comparti automobilistico e meccanico. L’acciaio grezzo, però, non verrà più prodotto direttamente in loco: dovrà arrivare da altri stabilimenti europei oppure da fornitori esterni. Un cambiamento che fotografa una realtà sempre più evidente: alle attuali condizioni, produrre acciaio primario in Germania è diventato economicamente troppo oneroso.
Eppure, per sostenere la trasformazione dell’impianto, erano stati messi sul tavolo ingenti finanziamenti pubblici. Governo federale e autorità regionali avevano previsto circa 1,3 miliardi di euro di aiuti per accompagnare la riconversione verso una siderurgia a minori emissioni, attraverso forni elettrici e l’utilizzo di ferro preridotto prodotto con idrogeno.
Alla fine, però, ArcelorMittal ha scelto di rinunciare al sostegno pubblico. La ragione è soprattutto economica: con gli attuali prezzi dell’energia, il progetto non garantirebbe condizioni sufficientemente sostenibili. Gli investimenti del gruppo non spariranno, ma saranno indirizzati verso altri impianti, in particolare in Francia, Belgio e Spagna, considerati oggi contesti più competitivi.
Il caso ArcelorMittal si inserisce in una crisi più ampia che sta interessando l’intero distretto siderurgico di Duisburg.
Thyssenkrupp ha già annunciato una significativa contrazione della produzione nel suo principale stabilimento, con pesanti conseguenze sul fronte occupazionale. Anche lo storico accordo di fornitura con ArcelorMittal, che prevedeva circa 750 mila tonnellate di ghisa all’anno, è stato interrotto a causa dell’impennata dei costi.
Situazione altrettanto difficile per HKM, Hüttenwerke Krupp Mannesmann, dove due dei tre azionisti storici hanno lasciato la società. Il gruppo Salzgitter è rimasto l’unico azionista di riferimento e il piano di trasformazione industriale prevede una forte riduzione della capacità produttiva, accompagnata da circa 2.000 esuberi su un organico di 3.000 lavoratori.
Le conseguenze, però, non si fermano ai cancelli delle acciaierie. La siderurgia alimenta una vasta rete di imprese dell’indotto, dalla meccanica ai trasporti, dalla logistica ai servizi. Secondo le valutazioni della Camera di Commercio del Basso Reno, ogni posto di lavoro perso direttamente nell’acciaio può trascinare con sé almeno altri cinque posti nell’indotto.
Il rischio, dunque, è quello di un effetto domino capace di colpire consumi, attività commerciali e occupazione dell’intera area. E sullo sfondo emerge anche una questione strategica: indebolire la produzione nazionale di acciaio significa mettere sotto pressione anche quei settori industriali, come automotive e meccanica, che proprio dalla siderurgia hanno costruito una parte fondamentale della propria competitività.
I sindacati contestano le scelte delle aziende e chiedono maggiori garanzie per lavoratori e produzione. Ma il problema resta anche quello della sostenibilità economica degli investimenti. Un’impresa privata difficilmente può continuare a sostenere perdite indefinite per rispettare obiettivi di riconversione fissati dalla politica.
Il nodo, quindi, non riguarda soltanto la volontà di procedere verso una produzione più verde, ma il costo con cui questa trasformazione viene imposta. Energia cara, vincoli normativi e investimenti miliardari rischiano di rendere meno competitiva proprio l’industria che dovrebbe guidare la transizione.
Una crisi che arriva anche sul terreno politico. In vista del voto in Sassonia-Anhalt, le difficoltà del comparto industriale e la perdita di posti di lavoro rappresentano infatti un argomento prezioso per Alternative für Deutschland, pronta a trasformare il malcontento economico in consenso elettorale.



