La linea d’azione continua a muoversi lungo binari ciechi, rivelando tutti i propri limiti strutturali e un’implicita subalternità alle logiche padronali. L’idea che la tutela del lavoro debba necessariamente passare attraverso la conservazione ad oltranza di modelli produttivi obsoleti rivela la loro incapacità di agire come strumenti di tutela
La narrazione non cambia. Non fanno bene agli operai, non all’economia, né ad una idea di sviluppo slegata dalle sole logiche ricattatorie e prevaricatorie. Si tratta di una paralisi culturale che caratterizza i sindacati oramai fermi ad impostazioni novecentesche.
Di fronte a certe evidenze, la linea d’azione continua a muoversi lungo binari ciechi, rivelando tutti i propri limiti strutturali e un’implicita subalternità alle logiche padronali. L’idea che la tutela del lavoro debba necessariamente passare attraverso la conservazione ad oltranza di modelli produttivi obsoleti rivela la loro incapacità di agire come strumenti di tutela.
Se in questi lunghi anni, laddove si andava chiaramente evidenziando una incompatibilità tra questa impostazione e la tutela della salute e dell’ambiente, avessero lavorato per garantire questi diritti con la stessa forza con la quale si opponevano alla chiusura del ciclo integrale, forse ad oggi, forse, non si sarebbe giunti a questo.
La loro è miopia strategica e ostinazione. Si resta così prigionieri dell’equazione tossica secondo cui l’unica produzione possibile sia quella che devasta corpi e territorio. Battersi per gli operai però, va ben al di là della sola preservazione del posto di lavoro. Ma gli operai ne sono consapevoli?



