Di Gladys Spiliopoulos (Esg Specialist)
Gas gratuito, delocalizzazione dei residenti e nuove infrastrutture energetiche possono essere considerate contropartite solo dopo aver stimato salute, capitale naturale, rischio climatico, perdita di benessere e distribuzione delle esternalità tra popolazione presente e generazioni future
Il rischio di perdere 2.500 posti di lavoro nell’indotto dell’ex Ilva è un fatto drammatico. Minimizzarlo sarebbe irresponsabile. Dietro ogni numero ci sono lavoratori, famiglie, imprese e competenze costruite nel corso di decenni. Una politica industriale degna di questo nome dovrebbe occuparsi precisamente di questo: governare la transizione prima che essa diventi emergenza, proteggere il reddito, riconvertire competenze e costruire alternative produttive.
Proprio per questo sorprende che, ancora nel 2026, il dibattito sul futuro industriale di Taranto continui a essere costruito intorno a un’alternativa economicamente fuorviante: o si mantiene la produzione, accettandone gli impatti, oppure si produce una catastrofe occupazionale.
Nell’intervista rilasciata dal presidente di Aigi Nicola Convertino compare però un passaggio ancora più interessante. Alla politica locale viene rimproverato di avere detto “no a tutto”, mentre sarebbe stato preferibile adottare la logica del “sì, a condizione che”: sì alla nave rigassificatrice purché il gas venga fornito gratuitamente alla città e alla provincia; sì alla continuità produttiva purché le abitazioni più compromesse del quartiere Tamburi vengano trasferite altrove, magari in villette, trasformando l’area liberata in un polmone verde.
Può sembrare una provocazione. Dal punto di vista dell’economia ambientale, di cui mi occupo, però, contiene un problema molto serio. Perché il gas gratis non rende gratuita un’esternalità. E una villetta non costituisce necessariamente l’equivalente economico del danno subito da una famiglia costretta ad abbandonare il proprio quartiere.
Quanto costa davvero un “sì”?
In economia ambientale un’attività produttiva genera un’esternalità negativa quando una parte dei suoi costi viene sostenuta da soggetti diversi da quelli che beneficiano direttamente della produzione. In termini estremamente semplici: Costo sociale = costo privato + costo esterno.
Se un’impresa sostiene i costi del lavoro, dell’energia, delle materie prime e degli investimenti, ma una parte dei costi sanitari, ambientali, climatici, ecosistemici o patrimoniali viene sostenuta dalla popolazione o dalle generazioni future, il prezzo di mercato del bene prodotto non rappresenta il suo vero costo sociale.
È precisamente il problema che Arthur Cecil Pigou pose alla base della teoria delle esternalità. Una tassa pigouviana serve, almeno teoricamente, a correggere questa distorsione facendo sì che chi genera l’esternalità ne internalizzi il costo marginale sociale. Ma perché ciò possa avvenire bisogna prima essere in grado di stimare il danno. Ed è qui che la proposta del “gas gratis” mostra tutta la propria debolezza economica.
Gratis rispetto a quale danno? Quanto vale economicamente l’incremento del rischio sanitario? Quanto vale un anno di vita perso? Quanto vale il deterioramento di un ecosistema? Quanto vale la perdita di servizi ecosistemici? Quanto vale il deprezzamento immobiliare determinato dallo stigma industriale? Quanto vale la perdita di attrattività territoriale? Quanto valgono il paesaggio, il mare, la biodiversità o la possibilità di trasmettere alle generazioni future un territorio non ulteriormente compromesso? E soprattutto: chi ha stabilito che la somma di questi valori equivalga al costo di qualche metro cubo di gas? Nessuno.
Il problema del Tamburi è ancora più evidente
Immaginare di trasferire gli abitanti più esposti del quartiere Tamburi in “villette” rende il problema quasi paradigmatico. Il valore economico di una casa non coincide infatti con il suo prezzo immobiliare. L’economia dei beni non di mercato distingue tra valori d’uso e valori di non uso e dispone di metodologie specifiche per stimarli: contingent valuation, choice experiments, hedonic pricing, travel cost method, oltre alle metodologie impiegate per la valutazione monetaria degli effetti sanitari.
Una famiglia che lascia la propria abitazione non perde soltanto metri quadrati. Può perdere relazioni di vicinato, prossimità familiare, memoria dei luoghi, accessibilità ai servizi, identità territoriale e capitale sociale. Può sostenere costi psicologici e di adattamento che non compaiono nel valore catastale dell’immobile. In termini economici, si tratta di componenti del benessere che appartengono in larga misura alla sfera dei beni non di mercato.
Dire “una villetta in cambio della casa” significa quindi presumere l’esistenza di un’equivalenza che non è stata dimostrata. Ma c’è una domanda ancora più radicale: se per consentire la prosecuzione di una determinata attività industriale bisogna trasferire gli abitanti esposti, stiamo compensando un’esternalità oppure stiamo semplicemente spostando il recettore dell’esternalità? La differenza è enorme.
Non tutto è compensabile
Esiste inoltre un equivoco ancora più profondo: la convinzione che qualsiasi danno possa essere monetizzato e quindi compensato. Non è così.
La valutazione economica ambientale serve anche a mostrare i limiti della sostituibilità tra capitale prodotto dall’uomo e capitale naturale. Alcuni danni sono reversibili. Altri lo sono soltanto parzialmente. Altri ancora possono produrre perdite irreversibili.
Quando una scelta determina perdita di biodiversità, deterioramento di ecosistemi, effetti sanitari permanenti o rischi che si protraggono nel tempo, la domanda economicamente corretta non è soltanto “quanto dobbiamo pagare per compensare?”. La domanda preliminare diventa: il danno è compensabile?
È la distinzione tra una concezione di sostenibilità “debole”, nella quale capitale naturale e capitale prodotto possono essere largamente sostituiti, e una concezione di sostenibilità forte, secondo la quale esistono componenti del capitale naturale critico che non possono essere sostituite semplicemente attraverso trasferimenti monetari. Taranto dovrebbe conoscere questa distinzione meglio di qualunque altra città italiana.
Il grande assente: il Valore Economico Totale
Per decenni il bilancio dell’industrializzazione tarantina è stato raccontato attraverso grandezze perfettamente misurabili: tonnellate prodotte, occupati, fatturato, export, valore aggiunto. Molto meno frequentemente è stato costruito l’altro lato del conto.
In economia ambientale si utilizza il concetto di Total Economic Value – Valore Economico Totale (VET). Dentro quel valore entrano non soltanto gli usi immediatamente monetizzabili di una risorsa ambientale, ma anche valori indiretti, valori di opzione, valori di esistenza e valori di lascito. Ed è proprio il bequest value, il valore di lascito, a introdurre nel ragionamento le generazioni future.
La domanda diventa allora molto diversa: quanto vale lasciare a chi verrà dopo di noi un mare non ulteriormente industrializzato, ecosistemi funzionanti, una città meno esposta al rischio, possibilità economiche non vincolate per decenni a una sola traiettoria produttiva?
Non è una questione astratta. È economia. Ed è anche Costituzione. Dal 2022 l’articolo 9 tutela espressamente “l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”.
Le generazioni future, però, hanno una caratteristica economicamente scomoda: non partecipano al mercato di oggi. Non votano oggi, non negoziano compensazioni, non ricevono bollette gratuite e non possono esprimere la propria willingness to accept rispetto al deterioramento ambientale che erediteranno. Per questo la loro tutela non può essere affidata alla semplice contrattazione tra costi e benefici presenti.
Il ragionamento diventa ancora più importante quando il “gas gratis” viene associato all’accettazione di una nuova infrastruttura di GNL, in cui solo una quota della capacità sarebbe riconducibile al fabbisogno siderurgico, mentre la parte prevalente avrebbe funzione di immissione nella rete nazionale. In altri termini, benefici energetici prevalentemente sovralocali e costi ambientali e territoriali prevalentemente locali.
Questa è una classica asimmetria distributiva. E non può essere corretta regalando gas agli abitanti. Perché rimarrebbero da contabilizzare il rischio industriale, le emissioni lungo il ciclo di vita del GNL, gli impatti ecosistemici, il traffico navale, il valore del paesaggio, gli effetti reputazionali, gli eventuali effetti sul patrimonio immobiliare e turistico, i costi di dismissione e il rischio di stranded asset. A ciò si aggiunge che un’infrastruttura fossile con vita tecnica pluridecennale può perdere anticipatamente valore se la riduzione europea della domanda di gas o l’aumento del costo del carbonio ne riducono l’utilizzazione. E se i costi finali di riconversione o dismissione non sono adeguatamente garantiti, il rischio privato può trasformarsi ancora una volta in costo pubblico. Non si comprende allora perché il dibattito politico dovrebbe ridurre tutto questo alla formula «gas gratis in cambio del sì».
C’è poi un’altra esternalità che una bolletta gratuita non potrebbe evidentemente compensare: quella climatica. Il GNL non nasce sulla nave che entra nel porto di Taranto. Deve essere estratto, trattato, liquefatto, trasportato, stoccato e rigassificato.
La valutazione economica corretta deve quindi ragionare in termini di Life Cycle Assessment e attribuire un valore monetario alle emissioni climalteranti attraverso uno shadow price of carbon. Ancora una volta: beneficio presente, costo differito alle future generazioni.
Ed è esattamente qui che l’articolo 9 della Costituzione acquista anche una dimensione economica. La tutela delle future generazioni obbliga a evitare una lettura miope del benessere sociale nella quale i benefici immediati pesano molto e i costi futuri tendono matematicamente verso zero.
Tutto questo non significa ignorare i lavoratori dell’indotto. Significa l’esatto contrario. Se 2.500 persone rischiano oggi il licenziamento, la domanda da porre è perché dopo oltre un decennio di crisi industriale non sia stata costruita una transizione capace di proteggere quelle competenze.
La risposta non può essere chiedere nuovamente al territorio di assumersi un’altra passività ambientale per prolungare il modello precedente. Quella sarebbe soltanto una traslazione intertemporale del costo: evitiamo parte del costo occupazionale oggi, trasferendo costi ambientali, climatici, sanitari e finanziari nel futuro.
Una vera politica industriale dovrebbe invece utilizzare le risorse disponibili per bonifiche, demolizioni controllate, economia circolare, infrastrutture ambientali, energie rinnovabili, manifattura avanzata, manutenzione industriale, riconversione portuale e tutte quelle attività capaci di trasformare il capitale umano esistente anziché renderlo dipendente dalla perpetuazione dell’esternalità. Perché anche il capitale umano dell’indotto è un asset. Lasciarlo disperdere sarebbe una perdita economica enorme. Ma utilizzarlo come argomento per perpetuare indefinitamente un modello produttivo non risolve il problema: lo rinvia.
Prima della compensazione viene il conto
La questione Taranto può allora essere formulata con una domanda molto semplice. Qual è stato il Valore Attuale Netto sociale della grande industrializzazione della città? Non il VAN finanziario dell’impresa. Il VAN della comunità.
Bisognerebbe mettere da una parte salari, redditi, investimenti, produzione, gettito fiscale e valore aggiunto; dall’altra mortalità e morbilità attribuibili alle esposizioni, perdita di anni di vita, bonifiche, contaminazione, perdita di servizi ecosistemici, deprezzamento immobiliare, stigma territoriale, perdita di attrattività, rischio industriale, emissioni climatiche e costo opportunità delle traiettorie di sviluppo che non si sono potute realizzare.
È questo il conto che manca. E finché manca, parlare di “compensazione” è economicamente scorretto. Non si può stabilire il prezzo di ciò che non si è misurato. E soprattutto non si può continuare a considerare Taranto come se fosse un territorio economicamente neutro sul quale aggiungere un’altra infrastruttura, un altro rischio, un’altra esternalità e poi domandarsi quale beneficio concedere in cambio.
Il punto inoltre è quanto Taranto abbia già pagato. E quanto sarebbe economicamente, ambientalmente e costituzionalmente legittimo chiedere di pagare ancora. Perché una politica industriale che contabilizza immediatamente 2.500 posti di lavoro — giustamente — ma assegna valore zero ai servizi ecosistemici, al rischio sanitario, al capitale naturale e ai diritti delle generazioni future non sta facendo un’analisi costi-benefici.
Sta semplicemente scegliendo quali costi rendere visibili e quali lasciare fuori bilancio e sul conto della comunità, presente e futura.



