di Armando De Vincentiis
Professionisti dell’insulto oppure odiatori occasionali. Spesso si tratta del rifugio di chi fatica a gestire la frustrazione e cerca nel conflitto una forma di visibilità
Chi frequenta i social lo sa bene. Basta un post, una foto, una frase pubblicata da un personaggio noto o anche da una persona comune, e arrivano loro. Insulti. Disprezzo. A volte vere minacce. Sono gli odiatori sociali, quelli che tutti chiamano haters, o con un’espressione più colorita leoni da tastiera.
Non sono critici. Questo va detto subito, perché la differenza è sostanziale. Un critico entra nel merito, discute, argomenta. L’odiatore no. Lui vuole solo ferire, sminuire, molestare. Il bersaglio può essere un vip o un utente qualunque, non importa. Conta colpire.
Chi studia il fenomeno da un punto di vista comunicativo e psicologico individua tre profili ricorrenti. Il primo è l’odiatore professionista. Insulta sempre, insulta tutti, insulta senza sosta. Non discute mai nel merito di ciò che legge, semplicemente attacca.
Il secondo è l’odiatore occasionale. Non ha una vocazione all’odio, non è il suo mestiere. Ma reagisce d’impulso. Spesso legge solo il titolo di una notizia o di un post, e da lì parte con il commento cattivo.
Il terzo è l’odiatore strategico, quello più calcolatore. Sceglie con cura le figure note in un certo ambito e le attacca in modo mirato. Lo fa per un motivo preciso: ottenere visibilità riflessa, agganciarsi alla notorietà altrui per farsi notare a sua volta.
Cosa scatta nella testa di chi odia online
Dietro questi comportamenti ci sono dinamiche psicologiche precise. C’è prima di tutto l’effetto di disinibizione. Lo schermo mette distanza. L’anonimato, quando c’è, toglie il freno. Il risultato è che l’empatia cala e con essa il senso di responsabilità per ciò che si scrive. Dietro una tastiera si dicono cose che davanti a una persona in carne e ossa non si direbbero mai.
C’è poi la proiezione delle frustrazioni. L’insulto diventa una valvola di sfogo. Invidia, insoddisfazione, bassa autostima trovano nel commento cattivo una via di uscita comoda e immediata. Non risolve nulla, ma per un momento scarica la tensione.
C’è il tema dei bias cognitivi e della polarizzazione. Molti odiatori restano intrappolati nel bias di conferma. Cercano solo le informazioni che confermano quello che già pensano, e ignorano tutto il resto. Il mondo si restringe a ciò che conferma il proprio pregiudizio.
C’è infine il bisogno di appartenenza. Attaccare insieme ad altri un bersaglio comune crea un senso di gruppo, una falsa sensazione di far parte di qualcosa. Contro un nemico condiviso ci si sente meno soli.
Un elemento che spesso si trascura: l’intolleranza alla dissonanza cognitiva
C’è però un aspetto che secondo me merita attenzione ed è l’intolleranza alla dissonanza cognitiva.
Quando una persona si innamora di un’idea, quella idea diventa parte di lei. Non è più solo un’opinione, è quasi un pezzo di identità. Se qualcuno esprime un pensiero contrario, non si genera semplicemente un disaccordo. Si genera un disturbo interno, una frustrazione vera e propria.
Ed è qui che scatta il meccanismo. Invece di discutere, invece di entrare nel merito di ciò che l’altro ha detto, la persona sente il bisogno di eliminare quel disturbo nel modo più rapido possibile. E il modo più rapido è denigrare chi ha parlato. Zittire, sminuire, insultare. Non serve capire cosa l’altro intendesse davvero, serve solo far tacere quella voce che mette in discussione qualcosa a cui si tiene.
Questo accade ovunque online. Sotto un post sui social, nei commenti di un blog, sotto le pagine di un web magazine. Basta una frase che tocca un’idea a cui qualcuno è affezionato, e la reazione arriva quasi automatica, senza passare dal confronto.
Non sempre chi insulta è mosso da cattiveria pura. A volte è mosso da un disagio interno che non sa gestire altrimenti, e che sfoga contro chi, semplicemente, ha detto qualcosa di diverso da ciò in cui crede.
Questo meccanismo non appartiene a una sola classe sociale o a un solo livello culturale. Lo mette in atto chi crede di sapere qualcosa solo perché lo ha letto da qualche parte. Lo mette in atto anche chi si sente dalla parte giusta semplicemente perché animato da un pio desiderio intellettuale, convinto della bontà della propria posizione più per fede che per ragionamento. Intellettuale o analfabeta che sia, la differenza culturale conta poco. Alla base c’è sempre la stessa cosa: una frustrazione che non si riesce a tollerare.
Ovviamente c’è anche chi è davvero cattivo, senza troppi giri di parole. Ma quello è un altro tipo di problema, e merita un approfondimento a parte.



