di Armando De Vincentiis
La Sindone è un oggetto affascinante, non c’è dubbio. Ha attraversato secoli, ha ispirato fede, arte, letteratura. Ma tutto questo non la rende automaticamente autentica
Ci si pensa poco, ma quando si parla della Sindone, non si sta toccando solo una questione religiosa. Si entra in un territorio dove la fisica, la storia e perfino la geometria hanno parecchio da dire. E non sempre quello che dicono viene accolto volentieri.
Capita spesso che ci si trovi davanti a chi difende l’autenticità della Sindone con un trasporto quasi emotivo. È comprensibile, in fondo. Ma una cosa è l’emozione, un’altra sono i dati. E quei dati, per chi ha voglia di guardare davvero, raccontano una storia un po’ diversa da quella che si vorrebbe credere.
Prendiamo la fisica, per esempio. L’immagine impressa sulla Sindone è come una sorta di impronta piatta, una proiezione frontale e dorsale, come se il telo non avesse mai avvolto un corpo tridimensionale. Nessuna distorsione laterale, nessun segno evidente dell’effetto di un tessuto su un volto umano. È come se qualcuno avesse appoggiato il telo sopra e sotto, senza avvolgerlo. E già questo dovrebbe farci riflettere.
Poi c’è la questione della geometria, quella più banale ma anche più onesta. Un corpo avvolto produce pieghe, curve, spostamenti. Qui tutto è simmetrico, ordinato, quasi “stampato”. Non è così che funziona quando si avvolge qualcosa, men che meno un cadavere.
E a proposito di cadaveri: le sepolture ebraiche del primo secolo erano fatte in modo molto diverso. I testi biblici parlano di bende, non di un unico telo lungo quattro metri. Il viso, tra l’altro, veniva coperto con un sudario a parte. Non lo dice solo il Vangelo di Giovanni, lo confermano anche le analisi archeologiche fatte su decine di tombe del tempo. Quindi, se ci fosse stato un telo unico, sarebbe stato una rarità assoluta, e nessuno ne ha mai trovata traccia.
Anche la storia ci mette del suo. La prima comparsa documentata della Sindone risale al 1300 e qualcosa, in Francia. Prima, silenzio. Nessun accenno, nessuna prova. Poi, guarda caso, appare un oggetto che comincia subito a essere venerato, ma che la stessa Chiesa, inizialmente, considera solo un’icona, non una reliquia autentica.
E infine c’è la famosa radiodatazione al carbonio 14. Tre laboratori indipendenti, uno a Oxford, uno a Zurigo, uno negli Stati Uniti, l’hanno datata tra il 1260 e il 1390. Non un secolo a caso: proprio quello in cui la Sindone spunta nella documentazione. Alcuni dicono che è stato analizzato un rattoppo. Può darsi, ma allora dovrebbe risultare ancora più recente, non più antico. Il tessuto, invece, risulta medievale. E a questo punto uno si chiede: davvero pensiamo che tre laboratori, con metodi scientifici, si siano messi tutti d’accordo per sbagliare la stessa cosa?
E c’è di più. Chi afferma che nessuno sia riuscito a riprodurla dimentica, o forse omette, che invece è stata riprodotta eccome. Vittorio Pesce Delfino, antropologo, ha realizzato una ricostruzione del volto utilizzando un bassorilievo e tecniche compatibili con quelle medievali. E Luigi Garlaschelli, chimico dell’Università di Pavia, è riuscito a riprodurre l’intera figura della Sindone, ottenendo una copia con le stesse caratteristiche tridimensionali e fotografiche. Nessuna tecnologia aliena, nessuna resurrezione luminosa, solo scienza, competenza e spirito critico.
Quante volte capita che una persona, per affetto verso una convinzione, preferisca cercare una scappatoia piuttosto che affrontare i fatti. È umano, succede a tutti. Ma quando si parla di scienza, bisognerebbe provare a fare un passo indietro, respirare, e guardare le cose per quello che sono.
La Sindone è un oggetto affascinante, non c’è dubbio. Ha attraversato secoli, ha ispirato fede, arte, letteratura. Ma tutto questo non la rende automaticamente autentica. La fisica, la storia, la geometria e perfino il buon senso, ci dicono che non può essere il telo che ha avvolto un uomo morto duemila anni fa. È qualcosa di diverso, forse un’icona medievale, forse un’opera straordinaria… ma non ciò che alcuni vogliono a tutti i costi che sia. E ammetterlo, in fondo, non è un atto di negazione. È un segno di rispetto verso la verità e la scienza.



