La decisione dei giudici di Milano fissa un ultimatum di 90 giorni e segna un precedente storico: il diritto alla salute non può più essere subordinato alla produzione. È il riscatto di Taranto e della sua società civile, conquistato dall’associazione “Genitori tarantini”
Difficile restituire fuori dalla retorica il risultato raggiunto dall’ Associazione “Genitori tarantini”. La città deve moltissimo a chi ha preteso giustizia con un accanimento pervicace, una determinazione granitica e con pochissimo margine di vittoria. Perchè le ragioni e la ragione non sempre prevalgono.
Il tratto che emerge è la vittoria della società civile, di quella porzione disobbediente e ostinata. Se non saremo in grado di riconoscerla, valorizzarla e accompagnarla nelle sfide ancora aperte, mancheremo un appuntamento storico irripetibile.
Sono maturi quei processi che vedono la città affrancarsi da logiche ricattatorie, predatorie e colonialiste che non hanno fatto bene agli operai di quella fabbrica e men che meno a chi attorno a quella fabbrica ci vive. Se non siamo pronti affrettiamo il percorso e allineiamoci.
E se la politica è rimasta sorda, defilata o connivente ascolti e assuma posizioni, si misuri finalmente con la responsabilità di una scelta, una scelta fondata sui diritti di tutti, e per il bene comune. E se i sindacati hanno arretrato , smarrendo la propria missione, prendano atto che quella stagione è finita. Non esiste lavoro costruito sulla compressione dei diritti, nè sulla loro negoziazione con i padroni. E agli operai diciamo: scendete nelle piazze, non è la fine, ma puo’ essere un nuovo meraviglioso inizio.
Abbiamo trovato nelle parole dell’avvocato Ascanio Amenduni, componente del collegio difensivo che, insieme a Maurizio Rizzo Striano, ha assistito pro bono l’associazione nella causa contro l’ex Ilva, una verità profonda che merita di essere condivisa. La riporto integralmente.
“La salute non può essere un assegno postdatato. Deve essere un assegno immediatamente esigibile. A Taranto si ha paura di ammalarsi e di morire. La qualità della vita dipende anche dalla percezione di sicurezza o di insicurezza. E a Taranto l’insicurezza rispetto alla salute non l’hanno denunciata soltanto i tarantini: l’ha denunciata anche la Commissione dell’ONU, quando ha definito Taranto una delle trenta ‘zone di sacrificio’ sparse nel mondo.”
Ma qual è il sacrificio che vive ogni giorno un tarantino? È l’angoscia quotidiana di potersi ammalare. È la paura, uscendo di casa, che possa iniziare un percorso tragico.
Questo provvedimento ha valorizzato tutto questo. E avrà effetti a cascata anche su altre situazioni analoghe. Perché il diritto alla salute, per troppo tempo sacrificato sull’altare della produzione, oggi è passato dall’essere la Cenerentola dei diritti a diventarne la principessa. E questo lo hanno riconosciuto dei giudici che hanno dimostrato coraggio.
Noi abbiamo cercato di sensibilizzarli, di trasferirli idealmente nelle condizioni in cui vive Taranto. Ma nel convincerli ha giocato un ruolo decisivo la presenza fisica di chi è venuto fino a Milano per testimoniare, silenziosamente. Quel silenzio parlava. Era più eloquente delle nostre arringhe.
In quella modesta aula rettangolare, di piccola capienza, eravamo una decina. I cittadini sono entrati in silenzio, ordinatamente. Il presidente della Corte li ha richiamati all’ordine, temendo intemperanze che, in realtà, non ci sono mai state. E mentre noi parlavamo, ci sentivamo sostenuti dalla loro presenza.
I giudici hanno visto i cittadini accanto agli avvocati e gli avvocati mescolati ai cittadini. Ed è questo il grande successo di questa battaglia. Abbiamo sbagliato a credere a chi ci ha voluti dividere in fazioni contrapposte: da una parte i cittadini, dall’altra gli operai. Avremmo dovuto batterci insieme, fianco a fianco. Saremmo stati molto più forti”.



