di Rosa Surico
Evoluzione di un simbolo balneare, da protezione del pudore a rifugi temporanei in vacanza
Tra il ‘700 e l’ ‘800 in tutta Europa, il mare iniziò a farsi strada nell’ immaginario collettivo come meta di villeggiatura. Un luogo ideale da raggiungere per dare ristoro allo spirito ma anche al corpo. Respirare la salsedine d’ estate, soprattutto di buon mattino, veniva consigliato per prevenire i probabili malanni dell’ inverno successivo.
In estate le zone costiere divennero mete di svago, divertimento, un’ interruzione al sapore di sale dalla monotonia della vita cittadina. In Italia le prime testimonianze di cabine sul mare arrivano dalla Liguria. Nel 1781 a Livorno, nacque una vera e propria questione per la balneazione, urgeva creare disposizioni che permettessero ai bagnanti di usufruire del mare per svago, in totale sicurezza e comfort.
Alcune valutazioni, soprattutto al Sud, sembrano essere tuttora in corso, la soluzione però è nelle mani di Godot che non aggiorna mai certi politici con i loro programmi. Ma è tutta un’ altra storia. Come dimenticare l’ annosa questione del pudore nata già dalla notte dei tempi, che avrebbe dovuto assolvere ad un’ altra domanda essenziale: “Come presentarsi a fare il bagno in mare?”
Gli inglesi avevano già sperimentato le bathing machines in piena epoca vittoriana. Erano strutture in legno ambulanti che i bagnanti utilizzavano per proteggersi dagli sguardi indiscreti altrui e punto d’ appoggio per segreti cambi d’ abito. Per scoprire quali fossero i primi abiti adatti alla balneazione, sarebbe opportuno scrivere un capitolo a parte.
L‘ evoluzione dell’ abito da mare meriterebbe per il racconto una sdraio proprio fronte mare con gli occhi chiusi e riaprirli poi, nei nostri giorni quando e per fortuna, indistintamente uomini e donne soprattutto, possono sfoggiare a proprio piacimento quelli che da abiti sono poi diventati costumi da mare.
Torniamo alle cosiddette cabine che nei secoli vennero definite del pudore. La loro evoluzione si fermò in Italia negli anni ’60. Divennero punto di riferimento per intere famiglie, mini casette temporanee nelle quali ripararsi dal sole troppo cocente, covi per borse e marsupi, palette e secchielli per costruire castelli in spiaggia, vettovaglie, ripari per fugaci pisolini nelle ore più calde per i pavidi della tintarella. Non solo in legno, ma anche in muratura.
Dai racconti nostalgici di bagnanti di quegli anni, anche Taranto può annoverare nella memoria le famose casette in legno. Il Lido di Marechiaro, è descritto oggi dal Fai così:
“Stabilimento balneare in muratura, con cabine in legno, caratterizzato da una splendida pineta a ridosso della spiaggia. La spiaggia è prospiciente il Mar Grande, con acque caratteristicamente temperate e con fauna e flora marina uniche.”
Attiguo a questo stabilimento c’è quello di Praia a Mare con le stesse cabine ma in muratura. Nella zona di San Vito.
È ancora il Fondo per l’ Ambiente italiano a darci testimonianza del loro attuale stato: “Entrambi gli stabilimenti sono stati abbandonati poco più di 30 fa, in quanto l’inquinamento del mare ha fatto sì che non fosse più balneabile. Credo molto difficile, a breve termine , che qui si possa ripristinare la balneazione, ma anche in virtù della vicinanza con la città,sarebbe fantastica la valorizzazione di questo luogo come parco cittadino.”
“Luoghi del cuore”appunto, nella Città dei due Mari.
Umberto, in quelle pagine di memoria, Taranto: ieri e oggi, scrive:
“Ho vissuto i momenti più belli della mia gioventù …i primi innamoramenti…i tanti amici ..le nottate di Ferragosto…le ricche pescate di cozze , noci reali( cacasangh) , vongole, canilicchi…spuenz …e poi, e poi è arrivata l’italsider che ha distrutto quel tratto di mare, ed è tutto finito. Ora solo ricordi”
Ancora Barbara: “Assurdo proprio ieri passando di lì ho pensato” che peccato tutto abbandonato “si potrebbe fare uno splendido litorale …mi chiedo davvero cos’hanno le altre città in più di noi per far funzionare il turismo…”
Vincenzo: “io andavo prevalentemente a Praia a Mare sino al Liceo. Da piccolo con gli autobus da piazza giordano bruno Gravame e Palmeri o Fiorino, alle medie anche in bici. Il juke Box , nella rotonda di ingresso , a sinistra canta ancora Love lettres on the sand con la voce di Pat Boone!”
Gaetano: “Anni 60 la domenica d’estate era la tappa obbligatoria. Entravi pagavi 50 lire ti consegnavano il numerino e andavi allo spogliatoio dove si consegnavano gli indumenti che venivano sistemati in un piccolo oculo numerato fatto di tufo.
È capitato alcune domeniche arrivando un po’ tardi non c’era più posti disponibili.Raga che vi siete persi, quando i sassi s chiamava petr. “
Mare, sole, musica, bellezza da valorizzare. Identità di una città bagnata da due Mari tutta da vivere ancora.
La canterebbe così un certo Luca da uno dei mari del nord, “Ma che voglia di arrivare lì da te, da te. Sto accelerando e ormai ti prendo…“
Il mare come meta d’ amore e libertà, coesione, un futuro che vuole vedersi con un volto nuovo, senza però infrangersi sulle onde di una realtà così completamente diversa, ancora disillusa?
Marechiaro e Praia a Mare, a Taranto. Godot ci sono aggiornamenti?



