Analisi e prospettive dell’avvocato Maurizio Rizzo Striano dopo il no alla sospensiva: il nodo dell’AIA sul diritto al clima, il rischio della “bomba sociale” e le tre richieste non negoziabili per il futuro del territorio
Sulla vicenda dell’ex Ilva, dal punto di vista giudiziario, la partita è ormai chiusa. A tracciare il punto della situazione è l’avvocato Maurizio Rizzo Striano, legale impegnato nei ricorsi contro il polo siderurgico, che analizza gli ultimi sviluppi legali e le immediate ripercussioni politiche e sociali sul territorio.
Sul piano giudiziario, “il ricorso in Cassazione è stato utilizzato dal Governo (ADI e ILVA sono a tutti gli effetti amministrate da commissari governativi) in via puramente instrumentalmente, soltanto perché la legge lo impone come presupposto per potere chiedere al giudice che ha reso la decisione di concedere la sospensiva fino all’esito del giudizio da parte della Cassazione”.
In seguito al rigetto della richiesta di sospensiva la decisione della Cassazione perde ogni rilevanza pratica, poiché il Governo non può dire “aspettiamo l’esito del ricorso”. Infatti, “gli impianti verranno fermati a breve, si perderanno migliaia di posti di lavoro e non solo a Taranto, non si può tenere in sospeso la procedura della gara di vendita”. Rinviando ogni decisione il Governo si renderebbe responsabile di innescare sul serio la “bomba sociale”. In conclusione, sotto questo aspetto, “Cassazione o non Cassazione, la causa è finita”.
Inoltre, a fine ottobre il TAR deciderà il ricorso delle associazioni che hanno richiesto l’annullamento dell’AIA del 2025. “L’esito è scontato, dopo le pronunce della Corte di Appello di Milano, il TAR annullerà l’AIA per le illegittime e mancate prescrizioni in tema di amianto e polveri sottili”. Il giudizio che il TAR è chiamato a pronunciare è tuttavia importante perché l’annullamento è stato richiesto anche “per la protezione del diritto al clima, sostenendo che una AIA che autorizzi la prosecuzione per 12 anni dell’attività basata sulla combustione del carbone viola i trattati internazionali e le sentenze della Corte di Giustizia e della CEDU”. L’esito di questo giudizio non inciderà sul fermo dell’area a caldo disposto dall’AGO, “ma ottenere l’annullamento anche per la protezione del diritto al clima sarebbe un precedente di enorme importanza”, mentre “stiamo correndo velocemente verso il superamento di ogni limite ritenuto dalla scienza come punto di non ritorno, oltre il quale ci attenderanno catastrofi planetarie”.
Il quadro politico e la gestione della crisi
Sul piano politico, “è inutile sperare che questa accozzaglia indegna di politici di tutti i colori che ci governano a livello nazionale e locale sia capace di voltare pagina e, in adempimento di un preciso obbligo, stanzi le risorse per procedere ad una seria bonifica del territorio ponendo le basi per uno sviluppo diverso a lungo termine”. Bisogna aspettarsi “interventi minimali, rivolti ad evitare che i lavoratori si rivoltino e che facciano fronte comune con il popolo inquinato”. Inoltre, per il medio e lungo termine, c’è da aspettarsi che “propongano nuove aree a caldo o chi sa quale altra schifezza industriale”, poiché “a lor signori piacciono molto le megaimprese con cui mettersi d’accordo per spartire la torta” e “odiano porre le basi per uno sviluppo sostenibile che faccia crescere in modo diffuso una nuova imprenditoria”.
È inevitabile che, “in mancanza di una visione condivisa e alternativa al vetero industrialismo, si creerà enorme confusione”, aggravata da “una catena di eventi poco prevedibili al momento, ma certamente probabili, per non dire certi”. Infatti, “una volta che si è riusciti a togliere il coperchio alla mega porcilaia bisogna aspettarsi la fuoriuscita di tutte le porcherie sinora inconfessabili”. Si sa che “ce ne sono a bizzeffe ma non abbiamo le prove. Presto le avremo”.
L’alleanza tra lavoratori e cittadini e le tre condizioni non trattabili
Ancor prima della chiusura “stanno sorgendo spontaneamente comitati di lavoratori che presto usciranno allo scoperto e daranno il benservito ai signori delle tessere”. Il Governo e, ancor di più, il PD e i sindacati di riferimento “hanno il terrore che si crei un fronte comune contro di loro” e faranno di tutto per evitarlo, essendo “abilissimi perché sono addestrati a conservare le poltrone”, che rappresenta “il loro unico fine”. Pertanto gli interventi immediati che prenderanno saranno rivolti ad evitare che si destabilizzi qualche oligarchia partitocratica.
In queste acque agitate bisognerà essere capaci di tenere la barra dritta su alcuni punti non trattabili. Primo, Taranto e i comuni del SIN hanno il diritto di essere risarciti per il grave danno ambientale subito e si devono pretendere le bonifiche integrali. Secondo, tutti coloro che hanno o che avranno una patologia correlata alla esposizione alle sostanze tossiche notoriamente emesse dagli impianti, siano essi lavoratori o residenti nel SIN, dovranno essere risarciti in base ad una legge speciale, che avrà anche l’effetto di evitare il proliferare di migliaia di cause nei prossimi decenni e conterrà la spesa pubblica; altrimenti avverrà quello che è successo o sta succedendo in altri SIN, quali Casale Monferrato o la Terra dei Fuochi, il tutto moltiplicato per cento. Terzo, la ferma opposizione a qualunque impianto inquinante: nel SIN di Taranto l’effetto cumulativo del grave danno a tutte le matrici ambientali impedisce che sia rilasciata una autorizzazione a qualsiasi impianto che produca inquinamento, anche se molto minore a quello che produceva l’area a caldo, dovendo valere l’opzione zero.



