Secondo gli ultimi dati ISTAT, Taranto si colloca al 68° posto tra i capoluoghi italiani per verde urbano. In una città già esposta agli effetti del caldo estremo e dell’inquinamento industriale, gli abbattimenti selvaggi legati al BRT non convincono. Mentre l’Amministrazione e l’assessorato all’Ambiente non hanno una strategia ecosistemica, ma parlano di compensazioni
Per lungo tempo le città sono state progettate inseguendo un’idea di modernità che identificava il progresso con il cemento, l’asfalto e l’espansione urbana. Oggi quella stagione mostra tutti i propri limiti.
Il cambiamento climatico, “presagio” nefasto di scienziati ed esperti, rappresenta oggi, una condizione reale con la quale amministrazioni, tecnici e cittadini sono già chiamati a confrontarsi. Le ondate di calore sono sempre più frequenti, più intense e più durature. Secondo l’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite), l’Europa è tra le aree del pianeta che si stanno riscaldando più rapidamente, con gravi rischi legati alla salute. E il Sud, da sempre in debito di acqua e a rischio siccità, è catalizzatore particolare con il Mediterraneo a cornice e termometro termico in ascesa.
Ma le città non si limitano a subire il riscaldamento globale, in molti casi lo amplificano. È il fenomeno delle cosiddette “isole di calore urbane”, dove cemento, asfalto e superfici impermeabili assorbono l’energia solare durante il giorno e la rilasciano lentamente nelle ore notturne, impedendo alle temperature di diminuire. Il risultato è un microclima. Più caldo rispetto alle aree circostanti, con conseguenze che investono salute pubblica, consumi energetici, qualità dell’aria e vivibilità degli spazi. Risultato? Veri e propri inferni in Terra.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha progressivamente modificato anche il modo di guardare al verde urbano. Gli alberi non vengono più considerati soltanto un elemento ornamentale o paesaggistico incidentale, ma infrastrutture naturali necessarie, capaci di mitigare il calore, assorbire inquinanti favorendo il benessere delle persone.
È cambiato di conseguenza, anche il linguaggio dell’urbanistica. Sempre più spesso si parla di soluzioni basate sulla natura, di servizi ecosistemici, di infrastrutture blu e verdi, di forestazione urbana e, soprattutto, di depavimentazione. Non basta più aumentare il numero degli alberi. Occorre restituire spazio al suolo naturale, eliminando dove possibile asfalto e cemento e ricostruire un equilibrio tra città e natura. È una trasformazione già in atto in numerose città europee. Le “Superilles” di Barcellona, le “oasi climatiche” di Parigi e Forestami a Milano ci dicono che qualcosa sta cambiando altrove.
L’obiettivo non è semplicemente rendere le città più belle, ma renderle abitabili in un contesto climatico profondamente cambiato.
Il caldo estremo, infatti, non produce soltanto effetti ambientali. Ha conseguenze economiche impattanti e trasversali. A dirlo è l’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), che parla di riduzione di produttività, maggiori infortuni sul lavoro e perdite economiche significative nei settori all’aperto, ma anche in numerose attività urbane. Le città che non investono oggi nell’adattamento climatico rischiano di pagare domani costi molto più elevati, sia in termini sanitari sia economici.
Esiste poi una dimensione spesso meno visibile, quella sociale. Il cambiamento climatico non colpisce tutti nello stesso modo. Chi vive in quartieri con minore presenza di alberi, edifici meno efficienti e minori possibilità economiche sopporta un carico climatico sensibilmente superiore. L’accesso al verde urbano diventa anche una questione di equità territoriale e di giustizia sociale.
La città di Taranto rappresenta l’archetipo di questa condizione più generale. Nello specifico, nel rapporto ISTAT sul verde urbano, Taranto resta nelle posizioni basse della classifica: 68esima tra i capoluoghi italiani per dotazione di verde pubblico e con circa 33 alberi pubblici ogni 100 abitanti. Un dato che assume un peso anche maggiore in una città a forte pressione industriale, con criticità ambientali e sanitarie.
Il caso risulta rilevanza all’indomani dei lavori per la realizzazione del “Bus Rapid Transit” (BRT), interventi che hanno comportato l’abbattimento di numerose alberature lungo alcuni assi viari interessati dall’opera (solo tra via Acton e via Millo sarebbero stati tagliati circa 80 alberi, cui si aggiungono interventi lungo corso Italia e via Mediterraneo per citarne alcuni). Uno sfregio ambientale e una ferita alla comunità tutta.
Azione rivendicata a piene mani dall’assessore alla Mobilità e Urbanistica, Gianni Patronelli, come “un atto dovuto”, accompagnata dall’impegno a piantare due nuovi alberi per ogni esemplare rimosso. Un’impostazione che continua a misurare il problema sul piano quantitativo, anziché su quello ecosistemico.

Il punto, infatti, non è solo quanti alberi si piantano, ma quali servizi ecosistemici si perdono. Un albero maturo, con una chioma sviluppata dopo decenni di crescita, offre benefici ambientali che un esemplare giovane, non può garantire nell’immediato.
Al momento non è ancora reso noto il dato preciso di abbattimenti, sappiamo che il tema è stato oggetto di discussione in Consiglio comunale, in riferimento alla sola Linea Blu del BRT, in particolare si è parlato di oltre 90 alberi destinati all’abbattimento e a più di 50 esemplari salvaguardati.
Si tratta, tuttavia, di numeri non ancora confermati, rispetto ai quali il consigliere comunale Mirko Di Bello ha presentato una interrogazione senza riscontro. Tra le domande inevase: il numero complessivo delle alberature interessate, il piano delle compensazioni e le specie previste per le nuove piantumazioni. Ma la questione è chiaro, è ben più ampia.

Colpisce, in questo contesto, il silenzio dell’assessora all’Ambiente Fulvia Gravame (con deleghe specifiche ricordiamolo, alla Transizione ecologica, al Verde urbano e alla Forestazione), non risultano infatti allo stato, atti di indirizzo che delineino una pianificazione fondata sulla tutela del patrimonio arboreo esistente, sulla valorizzazione dei servizi ecosistemici e sull’incremento della resilienza urbana. Nuove piantumazioni o donazione di alberi, non certo possono dirsi visoni strutturate su temi complessi.
In questo quadro non può considerarsi sufficiente il solo progetto della Green Belt, uno degli interventi previsti nell’ambito del Just Transition Fund per accompagnare la transizione ecologica dell’area di Taranto, per quanto ambizioso. Un piano che unisce parchi urbani, zone naturali e spazi pubblici, con l’obiettivo di incrementare il capitale naturale attraverso nuove aree verdi e corridoi ecologici in porzioni strategiche del territorio.
La resilienza di una città non dipende soltanto dai grandi interventi, ma, ribadiamo, dalla capacità di distribuire il verde nel tessuto urbano, in primis periferie, luoghi densamente popolati e spazi pubblici. In altre parole, non basta creare nuove aree verdi: occorre “verdificare” la città nel suo complesso con strategie precise. Il Piano urbanistico generale deve diventare strumento di adattamento climatico.
Sul tema abbiamo voluto sentire i referenti di TRACCE (Taranto Rigenerata Attraverso Cultura, Comunità ed Ecologia), associazione impegnata nella promozione di una pianificazione urbana fondata sui servizi ecosistemici. Quale la loro visione per riprogettare la città di Taranto? Spunti che riteniamo rigorosi, scientifici e che l’attuale amministrazione e il suo assessore all’ambiente dovrebbe far propri e rilanciare a mezzo di atti.



