Una società di calcio non può pretendere di scegliere anche ciò che la stampa deve scrivere. Può certamente organizzare gli accessi secondo regole chiare e legittime. Può chiedere il rispetto delle procedure. Può contestare un articolo, può replicare, può fornire la propria versione dei fatti. Quello che non dovrebbe fare è trasformare l’accredito stampa in una sorta di patente di gradimento
Il Taranto, la critica fa paura e l’accredito diventa un optional. Succede anche questo nel fantastico mondo del Taranto Calcio: un accredito stampa prima viene concesso e poi, improvvisamente, viene revocato. Non perché il giornalista abbia perso i requisiti professionali, non perché sia intervenuta una disposizione ufficiale della Federazione comunicata alla stampa, ma perché, recita la surreale comunicazione ricevuta, sarebbe arrivata «una nuova disposizione».
Una disposizione misteriosa. Senza nome, senza numero, senza data. Ma soprattutto senza essere stata evidentemente considerata quando l’accredito era stato regolarmente accettato. Una gestione talmente lineare da sembrare quasi un esercizio di improvvisazione.
La motivazione tirata in ballo riguarda le «testate giornalistiche autorizzate dalla Federazione». Peccato che qui non si stia parlando di un’emittente televisiva intenzionata a trasmettere la partita, né di qualcuno che pretenda di mettere in discussione diritti televisivi acquistati in esclusiva. Stiamo parlando di un giornalista che deve semplicemente entrare allo stadio per assistere a una partita e raccontarla.
E allora viene spontanea una domanda, tanto semplice quanto imbarazzante: dove sarebbe scritto che una testata regolarmente registrata e un giornalista in possesso dei requisiti professionali debbano essere sottoposti all’insindacabile gradimento della società?
Se esiste una disposizione della Federazione che vieta l’accesso al nostro collaboratore, la società la mostri. Non dovrebbe essere difficile. Basta indicare il provvedimento, la norma, l’autorità che lo ha emanato. Perché altrimenti resta soltanto una comunicazione arrivata a giochi fatti: prima sì, poi no. E questo, più che un problema di regolamenti, sembra un problema di metodo.
Un metodo che evidentemente considera l’informazione gradita quando racconta il calcio, ma molto meno gradita quando racconta anche le contraddizioni, le inefficienze e le scelte discutibili di chi quel calcio lo amministra.
E qui arriviamo al punto. Una società di calcio non può pretendere di scegliere anche ciò che la stampa deve scrivere. Può certamente organizzare gli accessi secondo regole chiare e legittime. Può chiedere il rispetto delle procedure. Può contestare un articolo, può replicare, può fornire la propria versione dei fatti. Quello che non dovrebbe fare è trasformare l’accredito stampa in una sorta di patente di gradimento. Perché il giornalista non è lì per fare il tifoso. E nemmeno per applaudire a comando. È lì per raccontare.
E se una società ritiene che una critica sia ingiusta, ha uno strumento semplicissimo e democratico: rispondere alla critica con i fatti.
Non chiudere una porta.
La vicenda dell’accredito, dunque, diventa l’ennesimo episodio che alimenta interrogativi sul modo in cui questa società sta affrontando il rapporto con l’ambiente, con la stampa e con il dissenso. E la cosa più sorprendente è che tutto questo avvenga mentre il Taranto avrebbe bisogno esattamente del contrario: chiarezza, credibilità, trasparenza e capacità di confronto.
Invece assistiamo a comunicazioni contraddittorie, decisioni che cambiano strada facendo e spiegazioni che, anziché chiarire, alimentano ulteriori domande.
Una domanda, soprattutto, resta lì, sul tavolo:
che cosa dà davvero fastidio? L’accredito oppure quello che il giornalista potrebbe scrivere una volta entrato allo stadio?
Perché se il problema è il primo, basta una norma.
Se il problema è il secondo, allora siamo davanti a qualcosa di molto più serio.
La stampa non deve essere addomesticata. Deve essere libera di raccontare il bello e il brutto, le vittorie e gli errori, le cose che funzionano e quelle che non funzionano. E chi amministra una società sportiva dovrebbe saperlo.
Altrimenti il rischio è quello di trasformare una squadra di calcio in una piccola repubblica del “si entra solo se ci piace quello che scrivete”.Ma il giornalismo funziona diversamente.
E se qualcuno pensa di poter risolvere il problema della critica semplicemente togliendo un accredito, probabilmente ha commesso un errore di valutazione.
Perché un accredito si può revocare. Una domanda no. Una critica no. E soprattutto, la realtà non si può mettere fuori dallo stadio.


