L’assenza non casuale del sindaco per il ritorno del Taranto allo Iacovone. Il project dei Ladisa. Chi dovrà imprimere la direzione di marcia alla città di Taranto per i prossimi anni? Perché quella sedia vuota, l’altra sera, della quale noi di CosmoPolis ci siamo accorti, spiega molto di quanto potrà avvenire da questo momento in poi
Quella sedia vuota potrebbe dire molto. Dopo 644 giorni lo Iacovone sarebbe tornato alla città. E sarebbe tornato nel modo più rumoroso possibile: oltre 12 mila persone, secondo le prime ricostruzioni, cori, bandiere, telecamere e una quantità infinita di passerelle.
Ci sarebbero stati praticamente tutti. O quasi. Perché tra tante presenze, quella che sarebbe mancata avrebbe potuto essere proprio la più significativa: quella del sindaco Piero Bitetti. Il padrone di casa, in una giornata nella quale la città avrebbe riabbracciato uno dei suoi simboli, non ci sarebbe stato.
Una semplice assenza? Potrebbe essere. Ma potrebbe anche essere altro. Potrebbe essere una distanza. Fisica, certo. Ma forse anche politica e istituzionale. Perché proprio in questi giorni sul tavolo del Comune sarebbe arrivata una partita molto più grande della semplice gestione dello Iacovone.
Il gruppo Ladisa avrebbe presentato una proposta di partenariato pubblico/privato da 81,9 milioni di euro, denominata “L’Edicola Village”, destinata a coinvolgere lo Iacovone e altri impianti cittadini, con l’idea di realizzare un distretto dello sport, della cultura e dell’intrattenimento. Un progetto importante, ambizioso. E proprio per questo destinato a porre domande altrettanto importanti. Perché un conto sarebbe discutere della gestione dello Iacovone. Un altro sarebbe mettere dentro la stessa partita una parte significativa del patrimonio sportivo cittadino. Ed è qui che potrebbe essere nata la freddezza.
Il Comune, infatti, avrebbe scelto di mettere nero su bianco alcuni punti fermi: gli impianti non dovrebbero vedere stravolta la propria destinazione d’uso, dovrebbe essere preservata la loro vocazione pubblica e dovrebbe essere salvaguardata la loro specificità sportiva. Parole che, lette oggi, potrebbero assumere un peso particolare. Perché la domanda non sarebbe se il privato possa investire. Certo che potrebbe. La domanda sarebbe un’altra: il partenariato pubblico-privato dovrebbe servire il progetto del privato o dovrebbe servire, prima di tutto, il progetto della città?
Ed è una differenza tutt’altro che sottile. Il Comune potrebbe avere tutto l’interesse ad ascoltare gli imprenditori, valutare gli investimenti e cogliere le opportunità. Ma dovrebbe anche avere il dovere di proteggere ciò che sarebbe patrimonio della collettività. E allora quella sedia vuota dello Iacovone potrebbe assumere un significato diverso. Non sarebbe necessariamente uno sgarbo alla squadra. Non sarebbe necessariamente uno snobismo verso i tifosi. E non dovrebbe essere letta automaticamente come una rottura. Potrebbe essere, molto più semplicemente, un segnale.Un segnale di prudenza. Un segnale di distanza. Forse persino un segnale di protezione. Perché dopo il comunicato del Comune, quella distanza potrebbe essere diventata indispensabile.
Bitetti potrebbe stare dicendo, senza dirlo: ben vengano gli investimenti, ben vengano i progetti, ben venga il privato. Ma la città non sarebbe in vendita. E soprattutto, lo Iacovone e gli altri impianti non sarebbero proprietà di chi li gestirebbe. Resterebbero patrimonio pubblico. Potrebbe essere questa la vera partita che starebbe per cominciare.
Non Ladisa contro Comune. Non pubblico contro privato. Ma una domanda molto più semplice e, proprio per questo, molto più scomoda: chi dovrebbe decidere la direzione di Taranto? Il privato che investirebbe? Oppure la città, attraverso le proprie istituzioni?
La risposta, naturalmente, dovrebbe arrivare dalle carte, dalle procedure, dalle valutazioni tecniche e dall’interesse pubblico. Ma quella sedia vuota, domenica, potrebbe aver raccontato qualcosa che le tante telecamere presenti allo Iacovone non sarebbero riuscite a raccontare.
Potrebbe aver raccontato che tra Palazzo di Città e i fratelli Ladisa, oggi, non sarebbe più tempo di passerelle. Sarebbe arrivato il momento delle carte. E soprattutto delle scelte.


