I Ladisa facciano pure gli imprenditori di successo nel loro campo. Nel Taranto, però, devono diventare proprietari di una società di calcio, non soltanto proprietari di una società che possiede una squadra. È una differenza enorme
A un certo punto bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. E nel caso del Taranto targato Ladisa il nome è uno solo: fallimento sportivo. Non è una bocciatura arrivata dopo una partita sbagliata. Non è il frutto di una domenica storta, di un episodio arbitrale o della solita componente imprevedibile del calcio. È la fotografia di un progetto che, almeno sul piano sportivo, ha prodotto molto meno di quanto annunciato, promesso e fatto immaginare.
La proprietà è arrivata a Taranto presentandosi con la forza economica, con ambizioni importanti e con la volontà dichiarata di ricostruire. Dopo una stagione conclusa senza centrare l’obiettivo della promozione, l’estate è stata nuovamente accompagnata da parole importanti e aspettative altissime. Poi, come sempre accade nel calcio, è arrivato il momento della verità: il pallone ha cominciato a rotolare. Ed è lì che i proclami finiscono.
Il campo non conosce conferenze stampa, passerelle, buone intenzioni o forza economica. Il campo presenta il conto. E il conto del Taranto è pesante. La domanda allora diventa inevitabile: chi ha costruito questa squadra? E secondo quale idea di calcio?
Perché una rosa costruita più sulla notorietà dei nomi che sulla fame, sulla condizione, sulla funzionalità e sulla prospettiva non è necessariamente una squadra forte. Può essere, al contrario, soltanto una collezione di figurine. E quando le figurine vengono messe insieme senza una precisa idea tattica e senza una struttura sportiva realmente competente, il risultato è spesso quello che si è visto. Il problema, dunque, non è soltanto l’allenatore. Non è soltanto il direttore sportivo. Non sono soltanto i calciatori. Il problema è a monte.
Una società calcistica seria costruisce una filiera di competenze, stabilisce una direzione tecnica, sceglie uomini che conoscano profondamente il calcio e poi lascia loro il compito di lavorare. Se invece i ruoli si sovrappongono, le decisioni diventano umorali e le responsabilità vengono scaricate ogni volta sul gradino successivo, il progetto diventa inevitabilmente fragile.
E qui arriviamo alla questione più delicata: la gestione. I fratelli Ladisa hanno dimostrato nel loro settore imprenditoriale di saper costruire una realtà importante. Ma il calcio è un’altra cosa. Nel calcio non basta avere disponibilità economiche. Non basta poter investire. Non basta circondarsi di persone. Servono conoscenza del sistema, esperienza, equilibrio, capacità di leggere uno spogliatoio, conoscenza delle regole scritte e soprattutto di quelle non scritte. E soprattutto serve capire una cosa elementare: nel calcio i soldi comprano giocatori, non comprano automaticamente una squadra. Una squadra si costruisce con un progetto.
E quando una proprietà arriva alla decisione di azzerare ruoli e responsabilità sull’onda della rabbia per una prestazione negativa, può anche assumere una decisione comprensibile sotto il profilo emotivo, ma politicamente e sportivamente quella scelta racconta una debolezza: significa che qualcosa, nella costruzione precedente, non ha funzionato.
Il Taranto non aveva bisogno soltanto di cambiare uomini. Aveva bisogno di interrogarsi sulle ragioni per cui quegli uomini erano stati scelti. Questo è il punto. Perché se cambiano allenatore, direttore, collaboratori e figure dell’entourage, ma non cambia il metodo con cui vengono individuati, scelti e controllati, il rischio è semplicemente quello di ricominciare daccapo con gli stessi errori. E c’è un’altra questione sulla quale sarebbe necessario fare chiarezza: la politica delle relazioni e delle influenze che ruotano intorno al club.
Un presidente deve scegliere i propri collaboratori per competenza, non per vicinanza. Un dirigente deve essere lì perché conosce il calcio, non perché sa frequentare i salotti giusti. Un consigliere deve portare valore, non soltanto consenso. Il Taranto non ha bisogno di yes man. Ha bisogno di uomini capaci di dire ai Ladisa anche ciò che i Ladisa non vogliono sentirsi dire. Perché il vero dirigente non è quello che applaude il presidente. È quello che, quando serve, gli dice: “Questa decisione è sbagliata”.
E poi c’è il mercato. Se davvero una parte consistente della rosa viene concentrata attorno a una stessa scuderia procuratoria, la domanda non può essere elusa: è questa la migliore strategia possibile per costruire il Taranto oppure è semplicemente la strada più comoda?
Non è una questione personale nei confronti di un procuratore. È una questione di metodo. Una società ambiziosa dovrebbe poter dimostrare che ogni calciatore arriva perché funzionale al progetto tecnico, non perché appartiene alla rete di relazioni più vicina alla società. Altrimenti lo spogliatoio rischia di diventare qualcosa che una società dovrebbe evitare con ogni mezzo: un territorio sul quale il presidente non esercita più realmente la propria autorevolezza.
E allora basta con le cittadelle dello sport, con gli investimenti milionari evocati come prospettiva, con le grandi visioni raccontate alla città. Prima viene il calcio. Prima viene una squadra forte. Prima viene una struttura competente. Prima viene una società capace di vincere. Il resto viene dopo.
I Ladisa facciano pure gli imprenditori di successo nel loro campo. Nel Taranto, però, devono diventare proprietari di una società di calcio, non soltanto proprietari di una società che possiede una squadra. È una differenza enorme. E per farlo dovrebbero avere il coraggio di liberarsi da tutto ciò che non produce competenza, anche quando quella presenza è comoda, amichevole o politicamente spendibile. Perché Taranto non ha bisogno di altre passerelle. Ha bisogno di calcio. Calcio vero, concreto, competente.
Il tempo delle promesse è finito. Il tempo delle spiegazioni pure. Adesso parlino gli uomini scelti, le decisioni prese e soprattutto il pallone. Perché il pallone, a differenza degli yes man, non applaude nessuno. E a proposito di uomini e scelte, viene da chiedersi quale sia davvero il criterio con cui si continua a guardare al passato. Ragno è già passato da Taranto e la sua esperienza sulla panchina rossoblù si è consumata in poche settimane, senza lasciare risultati degni di nota. Eppure eccolo nuovamente tra i nomi.
Poi c’è Ezio Capuano, che, stando a quanto si racconta nell’ambiente, avrebbe perfino scelto di sponsorizzare personalmente la propria candidatura, arrivando a contattare diversi tifosi per convincerli della bontà della sua soluzione. Siamo davvero arrivati al punto in cui un allenatore deve fare campagna elettorale tra i tifosi per ottenere una panchina?
Se è così, siamo messi molto peggio di quanto racconti una classifica. Perché il problema del Taranto non è trovare l’ennesimo allenatore da mettere davanti a una squadra costruita male. Il problema è trovare chi sappia costruire una squadra, scegliere gli uomini giusti e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
I Ladisa possono continuare ad azzerare. Possono cambiare direttori, allenatori, collaboratori e uomini dell’entourage. Ma se non azzerano soprattutto il loro metodo, sarà sempre la stessa storia. E allora la domanda finale non è chi siederà domenica sulla panchina. La domanda è molto più semplice e molto più scomoda: chi sta facendo realmente calcio a Taranto? Perché finora, tra proclami, passerelle, figurine e consiglieri, una cosa è certa: il pallone lo stanno facendo rotolare in tanti. Ma nessuno sembra ancora aver capito dove è giusto mandarlo.


