Tutti presenti, tranne uno. Il padrone di casa. Il sindaco Piero Bitetti. Una sedia vuota che, paradossalmente, si è fatta notare più di tante presenze. Perché anche se il calcio non rientra tra le passioni del primo cittadino, ieri non si inaugurava soltanto uno stadio: si restituiva alla città un pezzo della sua identità
644 giorni dopo, lo Iacovone è tornato a vivere. E bisogna dirlo: il colpo d’occhio è notevole. Un impianto da categoria superiore, finalmente restituito alla città e al calcio. Sui dettagli, soprattutto quelli che ancora raccontano un cantiere non del tutto digerito, meglio soprassedere. Così come sul materiale di risulta che ancora fa bella mostra di sé all’esterno dell’impianto.
Ma ieri era soprattutto festa. Un evento irripetibile, e dunque giusto il suo corollario di celebrazioni, telecamere e passerelle. C’erano praticamente tutti: vecchie glorie, dirigenti, comunicatori, commissari, politici di ogni estrazione e una nutrita rappresentanza di personaggi improvvisamente indispensabili al grande giorno. Mancava soltanto il tappeto rosso.
Giusto, invece, ricordare Erasmo Iacovone, il numero 9 più amato dai tarantini, una leggenda che appartiene alla storia e alla memoria della città. Proprio per questo, forse, sarebbe servita un po’ più di sobrietà.
La presenza della moglie di Iacovone era doverosa e profondamente simbolica. Meno comprensibile è apparsa quella sorta di giro d’onore sotto le telecamere, accompagnata dallo staff societario. Un’immagine che ha finito per trasformare un momento di memoria in una inutile passerella. E la memoria, quella vera, non ha bisogno di passerelle. Qualcuno avrebbe potuto pensare, piuttosto, a un gesto semplice, solenne e definitivo: ritirare la maglia numero 9. Sarebbe stato un modo infinitamente più elegante per dire a Erasmo e alla sua famiglia: questa città non vi ha dimenticati.
Poi c’erano i politici. Tutti. Perché quando un’opera finalmente si inaugura, i meriti diventano improvvisamente una torta e sono in molti a voler avere una fetta. Tutti presenti, tranne uno. Il padrone di casa. Il sindaco Piero Bitetti. Una sedia vuota che, paradossalmente, si è fatta notare più di tante presenze. Perché anche se il calcio non rientra tra le passioni del primo cittadino, ieri non si inaugurava soltanto uno stadio: si restituiva alla città un pezzo della sua identità. E in una giornata così, dopo 644 giorni, gli onori di casa erano un dovere. Non una questione di pallone. Una questione di rispetto per Taranto. Lo Iacovone è tornato. Adesso, almeno, facciamolo giocare.


