Adesso è davvero tutto finito. La fabbrica, con la nuova Autorizzazione Integrata ambientale, continuerà a produrre mediante il ciclo integrale. Per i prossimi dodici anni. Cioè: ad inquinare. Ad ammalare. L’errore strategico risiede nel non aver firmato, migliorandolo, l’Accordo di Programma. Bye bye modernità ecologica
Taranto ha perso malamente. Ancora una volta. La nuova AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) sull’Ilva testimonia tutta la nostra esuberante inconsistenza. Dopo di ieri avremo un’industria uguale a quella di avantieri. Di un anno fa. Di dieci anni addietro. Sempre la stessa. Che continuerà ad inquinare, ad ammalare. Con licenza di uccidere, al pari di un James Bond qualsiasi. Con una produzione a ciclo integrale per i prossimi dodici anni. E la modernità ecologica, la sensibilità dei nuovi diritti, la tanto evocata de-carbonizzazione, ricacciati definitivamente indietro. Allocati nella terra di nessuno.
L’errore strategico risiede nel non aver firmato, migliorandolo, l’Accordo di Programma. In quel preciso istante, interstizio tra una prassi di governo riformista e il coro populista dei riservisti del cazzeggio parolaio, ci siamo scavati la fossa. Schiudendo la porta ai sì (altrui) con i nostri tronfi no. La coscienza è salva, tutto il resto è andato. Ci si prepari, adesso, al suicidio assistito. E, nel caso il Tribunale di Milano dovesse propendere per la chiusura della fabbrica, alla rivolta sociale. Noi polli tra i polli Aia. Loro: autorizzati, integrati e poco, pochissimo apocalittici. Di ambiente non è rimasto più niente in questa scadente storia. Con buona pace delle frange più demagogiche dell’ambientalismo locale, resuscitato – e ricompattato – dal ministro Urso. Un capolavoro. In tutti i sensi.