Le due malattie speculari che colpiscono a morte Taranto. E il racconto di un editoriale, pubblicato nei giorni scorsi su CosmoPolis, che ha fatto molto parlare e anche tanto straparlare. Lunga vita al giornalismo che non indietreggia. Che non si lascia intimorire. Che coltiva la forza della speranza
Taranto coltiva nel proprio ventre, con scarsa consapevolezza, due malattie speculari. Due patologie via via incancrenitesi. Entrambe esiziali. Egualmente deprecabili. Conseguenze logiche (e deduttive) della pochezza culturale che, attraversando la città dei due mari, ne mina da sempre il futuro. L’industrialismo dei senza prospettive: una specie già espulsa dalla Storia. Che continua ad agitarsi, nonostante l’irrilevanza produttiva. Che considera il capitale una variabile indipendente dal contesto temporale nel quale si opera. Incapace di autoriformarsi. Poco propensa ad innovare. E il social-minchia ecologismo: piaga purulenta di un’esistenza anonima, irrilevante, alla ricerca di una qualche ribalta – nella vita di tutti i giorni quasi mai conquistata – sulle piattaforme virtuali. Sia l’una che l’altra sono nemiche giurate della verità. Si nutrono – e nutrono – l’inganno. Alimentano l’odio mediante l’arma di distrazione di massa. Del ragionamento; e dei suoi, eventuali, estensori. Combattono le analisi terze, il chiaroscuro del pensiero, in quanto votate al manicheismo delle idee. Ambedue, poi, ricordano l’uomo-biscotto di Longanesi: un essere dalla testa così fragile che se lo intingi in una tazza di latte si scioglie.
Solo per aver scritto un editoriale, qualche giorno fa, con il quale mi permettevo di rilevare l’assurdità di un’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) decisa dal solo Governo nazionale, calataci dall’alto, oltremodo penalizzante per Taranto e le sue popolazioni negli anni a venire, carbonara e a carbone, è venuto giù il mondo. Offese, commenti diffamatori, incitamento all’odio: nei confronti del sottoscritto, prendendo di mira la testata giornalistica che dirigo. Una reazione spropositata, violenta, da realtà che non sta bene. Che dovrebbe farsi vedere: non da un medico qualsiasi, ma da uno di quelli davvero bravi. E’ bastato, insomma, che si riportasse l’ovvio, che il buonsenso non si facesse superare – e fregare – da pratiche tafazziste, che il giornalismo formulasse analisi non trascritte sotto dettatura, perché scattasse la fatwa. Il linciaggio verbale. La condanna morale. Emessa da un’autorità religiosa senza Dio. Deformata. Capacissima di tutto pur di strappare un “mi piace” per le proprie esistenze trascurate e trascurabili. L’industrialismo senza prospettive; il social-minchia ecologismo. Chi si svincola da questa morsa letale, infingarda, coltivala la forza della speranza. Tutti gli altri, si preparino a contemplare la superficie senza profondità del vuoto.