di Armando De Vincentiis
Non tutti gli studi meritano un titolo. Comunicare bene la scienza non significa semplificare tutto a forza, ma spiegare con onestà quanto una scoperta è solida, quanto possiamo fidarci, e soprattutto quanto ancora c’è da capire. Non farlo significa solo confondere le idee. E, spesso, fare più danni che informazione
Ogni giorno, su giornali e siti web, leggiamo notizie che sembrano ribaltare tutto ciò che sappiamo sulla salute: il pollo farebbe venire il cancro, una sostanza danneggerebbe il cervello, una molecola di una pianta sperduta curerebbe il tumore. La scienza, vista da fuori, sembra un continuo tira e molla.
Ma spesso la realtà è molto più semplice: si tratta di studi che, pur essendo importanti nel loro contesto, non dovrebbero nemmeno finire sulle pagine dei quotidiani, o almeno non nel modo in cui ci arrivano.
Prendiamo per esempio gli studi in vitro. Si tratta di esperimenti fatti su cellule isolate, in provetta o in colture di laboratorio. Servono per capire se una certa sostanza può avere effetti su un particolare tipo cellulare. Sono fondamentali per i ricercatori, ma totalmente scollegati dalla complessità di un corpo umano. In provetta non esiste il sistema immunitario, non esiste la digestione, non ci sono i batteri intestinali, né il fegato che scompone le molecole. Una cellula, lì dentro, è completamente esposta, senza difese. Se le succede qualcosa, non vuol dire che lo stesso accadrebbe a una cellula vera nel nostro corpo, immersa in un ambiente pieno di filtri, barriere e sistemi di protezione.
Così capita che un composto rilasciato dalla carne alla griglia causi danni al DNA in vitro, e la notizia diventi: “La carne bianca è cancerogena”. Ma è un salto enorme. Nessuno ha dimostrato che chi mangia quella carne si ammala. È solo un’osservazione iniziale, che andrebbe studiata meglio, verificata su modelli animali, e poi, eventualmente, valutata su persone. Eppure fa notizia.
Lo stesso vale per molti studi osservazionali, cioè ricerche che seguono gruppi di persone nel tempo per vedere se chi ha certe abitudini sviluppa più malattie. Sono utili, certo, ma pieni di trappole. Perché spesso trovano solo correlazioni, non rapporti di causa-effetto. Magari chi mangia più pollo ha anche uno stile di vita diverso, mangia più cibo industriale, fuma di più, fa meno sport. Magari no. Ma se non si tiene conto di queste variabili, il rischio è di dare la colpa al pollo solo perché è quello che emerge nei numeri.
In pratica, questi studi mettono insieme grandi gruppi di persone e cercano di capire se ci sono legami statistici tra i loro comportamenti e i loro problemi di salute. Il punto è che le persone non vivono in laboratorio: mangiano cose diverse, hanno routine diverse, lavori più o meno stressanti, livelli diversi di attività fisica, patrimoni genetici differenti. Anche usando metodi statistici per “correggere” queste differenze, è difficile davvero isolare un singolo fattore come causa certa di qualcosa. Quello che emerge è solo una correlazione non una prova. A volte un segnale interessante, a volte solo un rumore nei dati.
Un’altra cosa che si sottovaluta è che molte di queste ricerche si basano su questionari, a volte anche con domande vaghe tipo “quante volte negli ultimi sei mesi hai mangiato carne alla griglia?”. Nessuno di noi sarebbe in grado di rispondere con precisione, eppure da quelle risposte vengono fuori titoli di giornale che spaventano milioni di lettori.
Ci sono però casi in cui gli studi osservazionali, se ben fatti, possono dire qualcosa di molto utile. Soprattutto quando mostrano un’assenza di eventi. Se si segue per anni un gruppo di coppie in cui un partner ha l’HIV e l’altro no, e si vede che nessuno si infetta nonostante rapporti orali frequenti, questo ci dice molto più di mille allarmi. Non prova che il rischio orale sia zero, ma ci dice che è clinicamente irrilevante. E questo, sì, ha valore anche per il pubblico.
Il punto è che non tutti gli studi meritano un titolo. Non perché siano inutili, ma perché non dicono ancora nulla di definitivo. Servono ai ricercatori per orientarsi, per fare il passo successivo, non per suggerire cambiamenti di dieta al lettore del lunedì mattina. Comunicare bene la scienza non significa semplificare tutto a forza, ma spiegare con onestà quanto una scoperta è solida, quanto possiamo fidarci, e soprattutto quanto ancora c’è da capire. Non farlo significa solo confondere le idee. E, spesso, fare più danni che informazione.