Intervista al senatore, e già ministro dei Trasporti, Graziano Delrio. “Un tempo non fisiologico quello che si sta impiegando per realizzare i dragaggi nello scalo di Taranto”
Senatore Delrio, lo spirito della sua legge, quella relativa alla nomina dei presidenti delle Autorità di Sistema Portuale, è stata completamente tradita. Violata pur di perseguire interessi altri.
“Lei ha ragione, ha fotografato esattamente come stanno le cose. Sino a quando si avrà bisogno della raccomandazione questo Paese, il nostro Paese, rimarrà sempre indietro rispetto ad altre grandi nazioni europee”.
Gli scali italiani, a fronte di questo immobilismo politico e normativo, perdono importante fette di mercato nell’area mediterranea.
“Ogni scelta politica sbagliata ha il suo riverbero economico e produttivo. Da questa logica penalizzante, dai tratti grotteschi, non è possibile sottrarsi. I porti spagnoli, per esempio, stanno traendo enormi vantaggi dai pasticci compiuti dal ministro Salvini”.
L’economia del mare vale l’1,5% del Pil nazionale. Ma, questo tema, sembra non interessare nessuno.
“Si tratta di un errore, di un colossale errore strategico. Discutiamo, e ci azzuffiamo, su molte cose irrilevanti e perdiamo di vista i grandi temi. La maggior parte dell’informazione, poi, si pone in scia a questa finta narrazione. Quello dei porti invece, e della loro governance, rappresenta un aspetto essenziale per un Paese come il nostro. Centrale per le sorti future del Mediterraneo”.
Al Porto di Taranto si attende, invano, da venticinque anni la realizzazione dei dragaggi.
“Un tempo non fisiologico, anomalo. Quando ero al governo abbiamo stanziato importanti risorse finanziarie per il Porto di Taranto. Lo consideravamo essenziale per la macroarea produttiva e geopolitica del nostro Mezzogiorno. Senza dragaggi uno scalo non può ospitare navi con pescaggi importanti. E, di fatto, si consegna all’irrilevanza”.
Perché la competenza e il merito sono stati espulsi nella selezione delle nostre classi dirigenti?
“Bella domanda. Anzi di più: questa è la domanda per tentare di capire l’eccezionalità italiana. Credo che la politica dovrebbe recuperare una propria dimensione culturale. Riproporre lo schema che Norberto Bobbio lanciò nel dibattito pubblico italiano sul finire degli anni ’50 del secolo scorso. Non c’è funzione pubblica da esercitare che sia sganciata dal sapere. Da una conoscenza che rassicuri e responsabilizzi”.


