di Rosa Elenia Stravato
La vita, la formazione e l’eredità del compositore tarantino che incantò le corti europee e segnò la storia dell’opera settecentesca
Nel firmamento musicale del Settecento europeo, il nome di Giovanni Paisiello risplende come quello di un astro capace di coniugare grazia melodica, diplomazia stilistica e un’indiscutibile vocazione teatrale. Nato a Taranto nel 1740, il compositore crebbe in un ambiente che, pur lontano dai grandi centri culturali dell’epoca, seppe nutrire il suo precoce talento, indirizzandolo verso quel destino artistico che lo avrebbe condotto ai vertici della musica europea. Paisiello fu inviato a studiare a Napoli presso il celebre Conservatorio di S. Onofrio a Capuana, uno dei focolai più vivaci della cosiddetta Scuola Napoletana, che in quel secolo costituiva una vera e propria capitale del melodramma. Qui fu allievo di grandi maestri quali Francesco Durante e Antonio Piccinni, da cui assimilò solidità tecnica, gusto per il contrappunto e un’innata eleganza melodica. Il giovane musicista maturò ben presto una sensibilità teatrale che si espresse inizialmente nelle opere buffe, genere nel quale la scuola partenopea eccelleva per vivacità ritmica, chiarezza formale e irresistibile vena comica. Paisiello, tuttavia, non tardò a dimostrare un talento più ampio, capace di spaziare con naturalezza anche nell’opera seria e nella musica sacra.
La carriera di Paisiello fu rapida e luminosa. Dopo i primi successi nei teatri napoletani e romani, la sua fama varcò i confini italiani. Nel 1776 giunse una chiamata destinata a cambiargli la vita: la corte russa di Caterina II lo nominò direttore musicale al Teatro Imperiale di San Pietroburgo. Quell’esperienza, durata otto anni, affinò ulteriormente la sua sensibilità internazionale. A San Pietroburgo compose opere, cantate, musiche celebrative e aprì il suo orizzonte a una dimensione artistica cosmopolita che pochi musicisti del tempo poterono esperire con pari profondità. Il suo stile si fece più ampio, più meditato, più attento alle sfumature psicologiche dei personaggi. Rientrato in Italia, egli fu chiamato a Napoli da Ferdinando IV di Borbone, divenendo maestro di cappella reale. La sua musica, ormai celebre in tutta Europa, conquistò anche la Francia: Napoleone Bonaparte lo volle a Parigi come maestro della cappella imperiale, segno del prestigio assoluto raggiunto dal compositore tarantino.
Come si può intuire la sua opera è vasta, variegata: più di ottanta melodrammi, numerose pagine sacre, serenate, cantate, musica strumentale. Tra i suoi lavori più celebri si annoverano: “Il barbiere di Siviglia” (1782), capolavoro dell’opera buffa e modello di equilibrio teatrale, poi destinato a essere affiancato — e oscurato nella memoria popolare — dal successivo capolavoro rossiniano; “Nina, o sia La pazza per amore” (1789), che inaugurò una nuova sensibilità sentimentale e preromantica. “La serva padrona”, “Il Socrate immaginario”, “La molinara”: opere caratterizzate da una scrittura elegante, levigata, sempre attenta alla cantabilità.Il segreto della sua arte risiede nel controllo formale, nella grazia delle frasi musicali, nell’abilità di tratteggiare personaggi credibili con pochi, sapienti tocchi melodici. Paisiello fu un maestro della misura e dell’equilibrio, qualità che il Settecento musicale considerava essenziali. Una cosa appare palese, sebbene la sua vita lo abbia condotto nelle maggiori capitali d’Europa, Paisiello non recise mai il cordone che lo legava a Taranto, città che non solo gli diede i natali, ma che conserva ancora oggi una venerazione profonda per il suo illustre figlio. Taranto vede in lui un simbolo della propria capacità creativa, un testimone del contributo che il Mezzogiorno può offrire alla cultura universale.
Non è un caso che proprio a Taranto sorga, quale presidio di formazione musicale e custode del suo lascito, il Conservatorio di Musica “Giovanni Paisiello”, istituzione che forma nuove generazioni di musicisti nel segno della tradizione e dell’eccellenza artistica. Ogni studente che oltrepassa quelle aule incontra inevitabilmente l’eredità del maestro: un invito a concepire la musica come disciplina, ma anche come gesto poetico capace di oltrepassare le frontiere. La sua figura continua a parlarci ancora oggi, non soltanto come esponente eminente dell’opera settecentesca, ma come esempio di raffinata modernità. La sua capacità di coniugare diverse tradizioni musicali, il suo equilibrio stilistico e la sua sensibilità teatrale anticipano tante conquiste del melodramma successivo.
Taranto, la sua città, lo custodisce come uno dei suoi interpreti più alti, mentre il mondo musicale continua a riscoprirne la forza drammaturgica e l’incanto melodico. Paisiello rimane, così, un ponte ideale tra il Sud italiano e l’Europa, tra il passato e il futuro, tra la semplicità di una linea melodica e la complessità del sentimento umano che essa sa racchiudere. Una voce limpida che, a distanza di secoli, conserva intatta la propria magia.


