di Fabrizio Guacci
Merci, energia, dati: la sfida non e’ avere un mare, ma saper governare i processi che dallo stesso si generano
Quando il Mediterraneo “fa rumore”, l’Europa ricorda di colpo dove vive. È bastata, ad esempio, l’instabilità sulla rotta Mar Rosso–Suez per mostrare che questo mare non è solo una meta turistica, ma piuttosto una infrastruttura geopolitica vitale dove si incrociano rotte commerciali, energetiche e digitali e purtroppo anche tanti problemi securitari.
Eppure Italia ed Europa sembrano spesso trattare il Mediterraneo come un confine da sorvegliare, più che come uno spazio da presidiare e “sfruttare”. Questo non è solo una questione di attenzione: è un riflesso istituzionale. L’UE è stata comprensibilmente assorbita dal fianco orientale e dalla guerra in Ucraina; nel frattempo però negli anni il fianco meridionale è diventato, troppo spesso, una sequenza di emergenze: migrazioni, crisi libiche, tensioni nel Levante, oscillazioni energetiche. Tuttavia, il Mediterraneo continua ad entrare nell’agenda esclusivamente “quando brucia”, non come dossier permanente.
Oggi, però, la posta è aumentata e ha tre nomi concreti: merci, energia, dati.
- Merci: perché rotte e porti restano infrastrutture fisiche e vulnerabili.
- Energia: perché la transizione europea comporta un riacutizzarsi delle tensioni legate a interconnessioni, capacità di trasporto e stabilità regionale.
- Dati: perché i cavi sottomarini e le infrastrutture critiche digitali sono il sistema nervoso dell’economia, anche se restano invisibili finché qualcuno non li minaccia.
Qui l’Italia, per geografia, ha una leva naturale, purché la tratti come politica industriale e diplomatica, non come slogan. “Sfruttare” il Mediterraneo significa, prima di tutto, fare sistema su logistica e portualità: porti competitivi e collegati ai retroporti, regole chiare sugli asset strategici, catene di valore che rendano l’Italia un nodo europeo per la gestione e per la sicurezza del Mare Nostrum. Proteggere il mare non significa solo “avere navi”, ma assicurare la continuità delle rotte, la libertà di navigazione e, soprattutto, le infrastrutture critiche. Serve capacità di prevenzione e risposta e interoperabilità tra partner europei.
L’Italia inoltre con il Piano Mattei gioca una partita importante: il progetto potrebbe rappresentare un pilastro mediterraneo credibile. Se l’idea è un partenariato “da pari a pari” con l’Africa, allora il Mediterraneo è la piattaforma naturale: investimenti e progetti su energia, acqua, agricoltura, salute, istruzione e infrastrutture (anche digitali) non sono solo cooperazione, ma stabilizzazione, crescita condivisa e riduzione delle vulnerabilità che poi ricadono sulle coste europee.
La vera leva geopolitica del Mediterraneo non è “avere un mare”, ma saperlo governare con continuità e credibilità. Entro questo perimetro, l’Italia può tornare centrale: basta non dimenticare dove si trova.


