Prima che venisse eletto presidente del Consiglio comunale. Dopo la sua elezione a massimo rappresentante dell’assise cittadina. Fenomenologia di Gianni Liviano. Il disorganico divenuto organico al potere. E al suo esercizio
C’è un prima e un dopo nella vicenda politica di Gianni Liviano. Prima che venisse eletto presidente del Consiglio comunale; dopo l’investitura cercata – e ottenuta – nella massima assise cittadina. Prima era irrequieto e caustico; dopo si è rivelato silenzioso e serafico. Prima si agitava dall’interno; dopo è diventato interno, tutt’uno con la gestione del potere. Prima si restituiva come un “irregolare”, un bastian contrario qualsiasi fosse la sua collocazione partitica. Dopo ha dispensato regolarità, un passo lineare, ben inquadrato, slegato da qualsiasi sbavatura istituzionale. Prima si immaginava come un prete di frontiera, osservatore delle periferie che conteggiano gli ultimi. I meno fortunati nel grande giro di giostra delle nostre vite. Dopo si è rivelato un prete di chiesa, seduto saldamente (e laicamente) sullo scranno più alto del Consiglio comunale. Prima esprimeva dubbi e critiche nei confronti del PD, partito equivoco: per metà di sinistra, per l’altra metà populista. Dopo non ha più pronunciato una parola, che sia una, sui suoi sodali di partito. Prima avanzava dubbi sulla gestione di Kyma Ambiente, sulla raccolta differenziata, sui precari equilibri finanziari evidenziati nei bilanci della partecipata comunale. Dopo, una volta eletto presidente, neanche più una parola è stata spesa sull’argomento. La raccolta differenziata è tra le più virtuose d’Italia, la città è pulita, splendida splendente, e i bilanci come d’incanto non presentano più alcuna criticità.
Prima scriveva libri, che in pochissimi leggevano, su Comparto 32. Sulle presunte speculazioni edilizie che, da Le mani sulla città in poi, film denuncia di Francesco Rosi, allungano ombre e deturpano l’evoluzione urbanistica delle nostre comunità. Dopo, con molta probabilità, avrà rivisto il suo giudizio. Cambiato opinione. E Taranto gli apparirà come Trento, Udine, Macerata: le città italiane con il più alto tasso di vivibilità. Prima fustigava il potere, Gianni Liviano. Specie quando non si ricordava di lui. Dopo ne ha predicato le virtù, dichiarando aperti i lavori del Consiglio comunale. Constatato il numero legale. Al pari del Leviatano di Hobbes: con una mano regge la spada, con l’altra il pastorale. Nel Palazzo o in Chiesa, che si tratti di potere temporale o religioso, tutto cambia perché tutto cambi. Liviano prima, Liviano dopo. Le virtù taumaturgiche della presidenza del Consiglio (comunale).


