di Rosa Surico
Perseverare è diabolico. La dinamica degli incidenti nello stabilimento siderurgico di Taranto appare simile negli anni. Rivela un fatto importante: non è più solo diabolico, è un meccanismo chiaro e tragicamente collaudato
La moglie di Claudio Salamida, penultimo operaio morto all’ inizio di gennaio nell’ ex Ilva, intervistata dalla trasmissione televisiva, Propaganda, afferma: “Mio marito è solo un numero“. A questo numero si è aggiunto quello di un altro giovane padre, Loris Costantino, morto il 2 marzo scorso, a meno di due mesi. Dinamica, che se accertata, accomuna il nefasto destino dei due operai.
Una griglia che cede, un salto nel vuoto. La morte. La vittima precedente, immolata al sacrificio, non salva però la seguente. I morti all’ interno dello stabilimento sono Martiri ai quali viene negato anche il riconoscimento eroico, la sacralità di salvare chi viene dopo di loro.
La vita del martire francescano polacco, Massimiliano Kolbe,morto ad Auschwitz ( solo uno dei tanti martiri famosi immolatisi per una causa) almeno, fu sacrificata per salvarne un’ altra.
All’ interno dell’ Ilva, invece un martire è solo un martire al quale segue un altro e un altro ancora. A specchio, la morte si riflette.
Il mártys greco all’ interno del più grande stabilimento siderurgico d’ Europa, assolve solo alla sua funzione originaria, quella tragica, di testimone.
Nella lunga scia di sangue dal 2012 (anno del sequestro dell’area a caldo disposto dalla gip Todisco) ad oggi, gli operai si sono passati tra le mani il testimone inesorabile della morte. Il loro sacrificio non ne ha cambiato le sorti.
11 morti in 14 anni. Oltre venti dal 2003.
Precipitazioni, schiacciamenti, nastri trasportatori, uragani, gru che finiscono in mare.
Anche il martirio nella fabbrica tarantina viene depauperato. Le morti sono tutte uguali, martiri, testimoni. Morti che nessuno santifica se non nei giorni immediatamente dopo la tragedia che fa scalpore. La persecuzione dei martiri è sempre silenziosa qui. Fa un ghigno malefico all’ entrata, dopo i tornelli, strizza consapevolmente inconsapevole l’ occhio alla donna con la falce: si sà come si nasce, non si sà come si può morire, all’ interno della fabbrica. “Non lasciate la speranza voi che entrate”. Si può morire passando soltanto il testimone.
È persecuzione mascherata. Una persecuzione che appare la più sanguinolenta nella storia della siderurgia moderna. La sicurezza uno spettro, i diritti continuano ad essere negati, le azioni mirate per fermare il martirio dopo ogni martire, non mirano a niente. La pietas è a scadenza limitata.
Il persecutore del martirio ha un volto, i persecutori che lo attuano, i complici silenti, anche?
Onore e dignità agli 11 martiri testimoni che hanno perso la vita, nonostante la conclamata persecuzione da fermare, in atto da anni. Claudio, Francesco, Ciro, Angelo, Alessandro, Cosimo, Giacomo, Angelo,Francesco, Claudio, Loris. E tutti gli altri.
Non un martire in più


