La sua morte segnò una svolta nella lotta alla mafia negli anni ’80, lasciando un esempio ancora attuale di legalità
Sono numerosi gli uomini dello Stato caduti nella lotta alla mafia. Tra loro c’è il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, originario di Taranto, assassinato da Cosa Nostra a Monreale il 4 maggio 1980.
Nella cittadina alle porte di Palermo conduceva indagini delicate sui traffici di droga e sugli equilibri delle famiglie mafiose. Operava in stretto raccordo con il magistrato Paolo Borsellino. Il suo lavoro investigativo stava incidendo su interessi strategici per l’organizzazione, impegnata in quegli anni a consolidare il proprio potere attraverso affari illeciti, controllo del territorio e violenza.
Nonostante il contesto, Basile proseguì la sua attività con rigore e determinazione, convinto che la presenza dello Stato dovesse essere concreta soprattutto nelle aree più esposte alla criminalità.
La sera del 4 maggio 1980, durante i festeggiamenti del Santissimo Crocifisso, fu ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre passeggiava con la famiglia. I killer agirono tra la folla, sotto gli occhi della moglie e della figlia. Dopo lunghi processi, la magistratura ha condannato i responsabili, riconoscendo il coinvolgimento della Cupola, che considerava Basile un investigatore troppo pericoloso per gli equilibri di Cosa Nostra.
A 46 anni dalla sua morte, la figura del capitano Basile resta un punto di riferimento per i valori di giustizia, legalità e dedizione alle istituzioni. Il suo esempio continua a rappresentare un richiamo concreto per le nuove generazioni nella lotta contro la mafia.



