Dalla riconversione economica oltre l’area a caldo dell’ex Ilva al futuro occupazionale dei lavoratori, passando per gli abbattimenti degli alberi legati al BRT, il nuovo Piano del Verde e la gestione delle colonie feline. Un confronto sui principali nodi ambientali e urbani di Taranto con il presidente della Commissione Ambiente
Partiamo dalla vertenza ex Ilva. La decisione della Corte d’Appello di Milano ha aperto una nuova fase per il futuro dello stabilimento e del territorio.
V. “È una fase molto delicata. I problemi che oggi emergono non nascono adesso, ma sono il risultato di una situazione che si è stratificata nel tempo. Siamo arrivati a questo punto perché, negli ultimi vent’anni, la politica, a tutti i livelli, non è riuscita a costruire una strategia stabile. Gli enti locali hanno avuto le loro responsabilità, ma non si può pensare che la politica industriale di un territorio venga definita soltanto da un’amministrazione comunale o da una Regione.
C’è stato un susseguirsi di governi che hanno avviato percorsi, per poi interromperli o sostituirli con altri. È mancata quella continuità di pensiero che una vicenda complessa come quella dell’ex Ilva avrebbe richiesto.”
Sembra però che l’amministrazione, sui temi ambientali legati alla grande industria, sia rimasta a lungo in silenzio o si sia defilata sul piano politico.
V. “Dal 2 luglio, dopo le elezioni, con l’arrivo della prima PEC del ministro Adolfo Urso, siamo stati catapultati dentro una fase completamente nuova, che poi si è intrecciata con la decisione della Corte d’Appello di Milano.
In quel momento abbiamo iniziato a ragionare concretamente sulle economie alternative: cantieristica navale, eolico offshore, energie rinnovabili e altri comparti produttivi.
Abbiamo imprenditori che hanno subito le conseguenze delle scelte industriali compiute negli anni. Per questo la richiesta del territorio è quella di aprire finalmente una fase diversa, capace di costruire nuove opportunità economiche.”
Il ruolo degli enti locali è fondamentale in tema di sviluppo economico.
V. “Oggi gli enti locali hanno anche un obbligo previsto dalla normativa: ripensare, in tempi brevi, lo sviluppo economico e sociale del territorio. Comune, Provincia e Regione devono riuscire a presentarsi uniti, con una linea chiara e un programma condiviso.
Il Comune di Taranto, insieme al sindaco, si sta facendo promotore di questo percorso.
V. “Anche se è l’ente territoriale più piccolo, può svolgere un ruolo di apripista nel confronto con Provincia e Regione per definire una strategia comune.”
Eppure il sindaco non ha voluto partecipare al ricorso all’Aia contro l’Ilva.
V. “Il Comune di Taranto ha espresso una valutazione di impatto negativo contro il rigassificatore. Nell’ambito del procedimento per l’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), questa posizione è stata supportata dal parere sanitario negativo espresso dal Sindaco in sede di Conferenza dei Servizi e dal lavoro dei tecnici comunali, che hanno predisposto e sottoposto 472 prescrizioni integrative all’interno del confronto con il Governo.”
Come giudica l’azione del Governo su questa vertenza?
V. “Credo che questa vicenda sia stata affrontata con molti rinvii. Più volte il ministro Urso aveva annunciato una chiusura imminente della trattativa sulla vendita e, puntualmente, tutto è stato rinviato.
Dispiace perché ho avuto l’impressione che la questione del Mezzogiorno e di Taranto non sia stata considerata una priorità.
V. “In troppe occasioni gli enti territoriali hanno chiesto di essere coinvolti maggiormente nelle decisioni, ma questo non è accaduto.”
Ora si parla di nuovi investimenti.
V. “Si fanno i nomi di Pirelli, Renexia e di altri soggetti industriali. Sono temi importanti, ma sarebbe stato auspicabile affrontarli molto prima. Se questo percorso fosse partito quattro anni fa, probabilmente oggi il territorio si troverebbe in una condizione diversa.”
Nelle ultime ore anche il sindaco Piero Bitetti ha rilasciato dichiarazioni molto nette dopo gli incontri istituzionali. Si parla di una fase dopo l’era del ciclo integrale. Possiamo ritenere avviato un discorso che punti alla riconversione dell’economia tarantina?
V. “Sì, penso che i tempi fossero già maturi anni fa.”
Eppure il presidente Decaro sembra andare in una direzione diversa, puntando alla decarbonizzazione della fabbrica e alla continuità del modello industriale.
V. “Preferisco attendere gli aggiornamenti che arriveranno dopo gli incontri di Roma. Quello che vediamo oggi è soltanto la punta dell’iceberg. È una situazione estremamente delicata e credo sia giusto avere a disposizione tutti gli elementi prima di esprimere valutazioni definitive.”
Una delle principali preoccupazioni riguarda anche i lavoratori.
V. “Certo. È evidente che non possiamo limitarci a gestire l’emergenza. Esistono strumenti che consentono di progettare un reale programma di reintegro occupazionale, affiancandolo alla tutela ambientale.”
In che modo?
V. “Attraverso progetti concreti. In passato si è parlato di quindici o sedici progetti che, a mio avviso, non erano accettabili perché pensati dall’alto.
I progetti devono partire dal territorio. Devono nascere dalla conoscenza delle priorità locali e solo successivamente essere sostenuti dal Governo attraverso le risorse disponibili. Anche la riconversione industriale deve seguire questo metodo. Non può essere calata dall’alto.
V. “Taranto ha bisogno di una visione stabile. Le decisioni sul futuro della città devono essere costruite insieme agli enti territoriali, ascoltando le competenze tecniche e le esigenze del territorio. Solo così sarà possibile coniugare sviluppo economico, tutela dell’ambiente e occupazione, evitando di ripetere gli errori del passato.”
Cambiamo argomento. Gli abbattimenti degli alberi legati ai lavori del BRT hanno generato molte discussioni in città e anche aspre critiche nei confronti dell’amministrazione. Innanzitutto, di quale numero parliamo?
V. “Non sono a conoscenza dei numeri precisi. Ho voluto dedicare un paio di commissioni proprio al tema degli abbattimenti e del BRT, perché era necessario fare chiarezza. Bisogna distinguere però gli abbattimenti che avvengono normalmente nella gestione del verde da quelli collegati ai lavori del Bus Rapid Transit.”
Nel quotidiano vengono abbattuti alberi classificati nelle categorie di rischio, perché hanno radici compromesse, sono completamente secchi oppure sono colpiti da patologie specifiche. Penso, ad esempio, al cipresso americano, dove il cancro del cipresso è una problematica nota. Questi interventi fanno parte della normale gestione del patrimonio arboreo.”
Il dibattito però si è concentrato soprattutto sugli alberi interessati dal BRT.
V. “Sì, ed è proprio su questo che abbiamo voluto approfondire il lavoro in commissione. Il progetto del BRT non nasce oggi. È un problema che abbiamo ereditato.
L’iter parte dal 2018, poi ci sono stati il commissariamento e un forte rallentamento delle procedure. Quando siamo arrivati ci siamo trovati davanti a una situazione molto complessa, con il rischio concreto di incorrere nelle penali previste dal progetto.
C’è stato un lavoro di verifica da parte della Direzione Ambiente e della Direzione Urbanistica. La Direzione Ambiente aveva il compito di effettuare le analisi sugli alberi interessati dagli interventi.
Si è arrivati a questa fase con l’acqua alla gola, perché il problema era reale e i tempi erano molto stretti. Molti alberi, dagli accertamenti effettuati dagli agronomi e dai tecnici, risultavano già cavi all’interno oppure presentavano condizioni tali da renderne necessario l’abbattimento.”
Parte di questi alberi, però, non presentava compromissioni fitosanitarie. Andrebbe fatto un mea culpa?
V. “Credo che, su una vicenda così delicata, quando ci sono aspetti che potevano essere gestiti meglio sia giusto riconoscerlo.”
L’emergenza climatica impone un nuovo modo di ripensare le città. Taranto sta andando in questa direzione?
V. “La Green Belt rappresenta uno degli interventi più importanti che abbiamo davanti. Taranto convive con livelli di inquinamento elevati, anche per effetto della presenza dell’ex Ilva. Per questo il tema del verde non può essere considerato secondario, ma deve diventare parte di una visione ecosistemica della città e del suo futuro.
Stiamo portando avanti un progetto insieme a Tracce, che sarà collegato al nuovo Piano del Verde. È un lavoro strutturato che intendiamo sviluppare nel prossimo semestre, coinvolgendo la Commissione regionale e gli ordini professionali sui temi specifici. L’obiettivo è costruire un Piano del Verde fondato sulle competenze tecniche e sulle professionalità del territorio.
Taranto ha già un regolamento del verde urbano, redatto alcuni anni fa con il contributo di architetti, geometri, geologi e altre professionalità. Oggi però è necessario aggiornare e rilanciare quel percorso, costruendo un confronto condiviso tra politica e competenze tecniche. Perché la politica, senza il supporto della tecnica, difficilmente riesce a fare scelte intelligenti.”
Quali sono gli obiettivi del nuovo Piano del Verde?
V. “Ripensare il verde urbano con una prospettiva di lungo periodo. Parliamo di decementificazione del Borgo, di ombreggiatura, di rifugi climatici e di una progettazione che non guardi ai prossimi due o tre anni, ma ai prossimi cinquanta.
Un progetto che accompagni lo sviluppo della città nel tempo e che non debba essere legato a un mandato amministrativo. Taranto possiede un patrimonio floristico straordinario che ci permette di progettare spazi verdi capaci di mitigare gli effetti del caldo. I rifugi climatici devono diventare luoghi pubblici, gratuiti, con una funzione ambientale ma anche sociale.”
Negli ultimi giorni il dibattito sulla rimozione dei rifugi delle colonie feline ha sollevato un polverone. L’assessora Gravame ha catalizzato critiche da parte di associazioni animaliste. Saranno ripristinate le strutture?
V. “Abbiamo bloccato eventuali altri interventi. Ma bisogna distinguere i piani. L’obiettivo non può essere quello di creare o mantenere rifugi di fortuna.
Il tema va affrontato attraverso il dialogo con le associazioni, convocate già nella giornata di oggi, cercando di arrivare nel tempo a un risultato stabile e condiviso. Le criticità, penso ad esempio a quelle emerse nel quartiere Tamburi, non si risolvono con interventi episodici, ma con un confronto che porti a soluzioni durature.”
Il problema del decoro urbano non parte dai rifugi, né può ritenersi concluso con la rimozione delle strutture. È anche una questione culturale e di capacità amministrativa.
V. “C’è ancora un’incredibile incuria in tante strade della città, ed è sotto gli occhi di tutti. Allo stesso tempo, però, qualche passo in avanti è stato fatto. Lo dimostrano anche i dati della raccolta differenziata: oggi ci assestiamo intorno al 34-35 per cento. È un miglioramento, ma non possiamo fermarci ai numeri. Il tema del decoro urbano va guardato nel suo complesso.
Esiste inoltre un lavoro che spesso resta nell’ombra. Alcuni consiglieri comunali, di maggioranza e di minoranza, si sono mobilitati per seguire direttamente le attività sul territorio e fare da sentinelle. C’è chi si alza alle quattro del mattino per seguire le squadre di Kyma Ambiente, verificare il lavoro svolto e segnalare le situazioni che richiedono una pulizia più accurata, evitando interventi approssimativi.”
Restano criticità importanti soprattutto nelle periferie.
V. “Sì, soprattutto nelle periferie e nelle zone in cui le strade si intersecano con terreni agricoli o aree meno frequentate. Sono punti particolarmente delicati. Su questo stiamo facendo anche un’analisi con Kyma Ambiente, perché una parte dei rifiuti che troviamo proviene anche dalle aree di collegamento con i Comuni limitrofi e con la provincia.
Mi sono ripromesso di lavorare alla definizione di una sorta di protocollo condiviso con i Comuni vicini. Ci sono realtà che hanno una raccolta differenziata impeccabile, ma che poi conferiscono l’indifferenziato qui. Credo dunque che il confronto possa essere utile.”
Tornando alla tutela degli animali, le associazioni rappresentano un elemento fondamentale nel rapporto con le amministrazioni.
V. “Le associazioni svolgono un servizio fondamentale e spesso suppliscono alle carenze dell’amministrazione e a un lavoro che, in alcune situazioni, presenta dei limiti. Sul tema del randagismo, uno dei punti centrali resta quello delle sterilizzazioni. Ma i numeri sono ancora troppo bassi.”
Quali sono le difficoltà principali?
V. “Le convenzioni con la ASL esistono, ma bisogna fare una riflessione sulle risorse disponibili. In tutti i Comuni la possibilità di sostenere economicamente una campagna di sterilizzazioni massiva dipende dal bilancio, che però è contenuto.
Gli strumenti sono esigui. Ovvio che più si sterilizza e più si contiene il fenomeno. Parliamo di numeri importanti: oltre ventimila microchip registrati a Taranto e una popolazione felina che stimiamo intorno ai sessantamila.
Stiamo verificando la disponibilità della ASL ad aumentare le giornate dedicate alle sterilizzazioni. L’obiettivo dovrebbe essere quello di passare dalle attuali due giornate a quattro, coinvolgendo, se possibile, anche le strutture private. Oggi però, come detto, mancano le risorse economiche e questo inevitabilmente limita l’azione.”
Mi parlava di un banco zoofilo solidale per sostenere i costi dei privati e limitare gli abbandoni.
V. “È una mozione che depositerò a fine agosto. L’idea è quella di creare un banco zoofilo solidale, costruendo una rete insieme al Comune, con il coinvolgimento dell’assessorato alle Politiche sociali e del Garante dei diritti degli animali, oltre ai negozi del settore.
L’obiettivo è raccogliere alimenti e materiali non soltanto per sostenere il lavoro straordinario delle associazioni, ma anche per aiutare il singolo cittadino che si trova in difficoltà e rischia di non riuscire più a mantenere il proprio animale. Vorremmo dare un sostegno concreto, mettendo a disposizione cibo, garantendo profilassi e altri beni essenziali attraverso appositi carrelli di raccolta.”


