Il sindaco, la sua Amministrazione, l’informazione ruffiana e “arlecchina”, i social com(media) manager, la tifoseria organizzata. Non c’è futuro senza memoria. Iacovone è un mito moderno. Ma, nella cerimonia inaugurale dei Giochi del Mediterraneo, nel suo stadio, chi ha pensato – e raccontato – l’evento si è dimenticato di lui
Iacovone, il grande assente nella notte dello sport tarantino. Nella cerimonia inaugurale dei Giochi del Mediterraneo Taranto 2026 c’era tutto. O quasi. Mancava il nome del calciatore che più di ogni altro appartiene alla memoria sportiva della città. Una dimenticanza che chiama in causa, prima di tutti, il sindaco Piero Bitetti e la sua amministrazione. Ma anche informazione, organizzazione e, sia pure con minore responsabilità, la stessa tifoseria rossoblù.
C’è qualcosa che non torna nella grande serata con cui Taranto ha aperto ufficialmente il capitolo dei Giochi del Mediterraneo. Una cerimonia pensata per raccontare la città, la sua storia, la sua identità, la sua vocazione sportiva. Una vetrina internazionale nella quale trovare spazio per le eccellenze, per gli atleti, per i protagonisti che hanno contribuito a costruire, nel tempo, la cultura sportiva tarantina. Eppure, proprio in quella narrazione, è mancato uno dei nomi più importanti.
Erasmo Iacovone. Non un atleta qualsiasi. Non una figura marginale della storia sportiva cittadina. Ma il calciatore che, più di ogni altro, è diventato simbolo del rapporto viscerale tra Taranto e il calcio. E allora la domanda viene spontanea: come è stato possibile dimenticarlo proprio lì?
La prima responsabilità è istituzionale. Partiamo dal vertice, senza girarci troppo intorno. La responsabilità politica e istituzionale di una manifestazione di questa portata non può essere diluita in un generico “qualcuno ha dimenticato”.
Il sindaco Piero Bitetti, insieme alla sua amministrazione, aveva il dovere di conoscere e valorizzare i simboli della città che rappresenta. E tra questi simboli c’è inevitabilmente Iacovone. Non fosse altro perché lo stadio nel quale si sono svolte le cerimonie e gli appuntamenti legati ai Giochi porta il suo nome.
È un fatto. Non un’opinione. Quel nome è lì perché generazioni di tarantini hanno voluto che fosse lì. E prima ancora di qualsiasi istituzione è stata la gente di Taranto, attraverso la sua passione calcistica, a trasformare Iacovone in una figura immortale. Per questo l’assenza del suo nome dalla cerimonia inaugurale appare ancora più difficile da comprendere.
Non si chiedeva al sindaco Bitetti di costruire una celebrazione dentro la celebrazione. Sarebbe bastato un richiamo. Un’immagine. Una frase. Un momento dedicato alla memoria di un uomo al quale la città ha dedicato il proprio stadio. Non è accaduto. E questa, per chi amministra Taranto, non è una dimenticanza qualsiasi.
È una grave svista istituzionale. Chi ha costruito quella cerimonia cosa ha raccontato? La seconda questione riguarda chi ha ideato, preparato e costruito il racconto della serata (Sport & Salute?). Una grande manifestazione internazionale non nasce per caso. Ci sono scalette, contenuti, testi, immagini, contributi, momenti celebrativi. Qualcuno decide cosa entra e cosa resta fuori. E allora sarebbe interessante sapere: chi ha deciso che Iacovone non meritasse neppure un passaggio? Perché se la risposta è semplicemente che “ci si è dimenticati”, la spiegazione non basta.
Una cerimonia dedicata allo sport di una città deve necessariamente partire dalla sua memoria. E la memoria sportiva di Taranto, piaccia o non piaccia, comprende anche Erasmo Iacovone. Anzi, per molti tarantini comprende soprattutto lui.
E l’informazione dov’era? Poi c’è un’altra responsabilità, diversa ma non irrilevante: quella dell’informazione. La stampa locale, i giornalisti, i commentatori, coloro che hanno seguito e raccontato la cerimonia avrebbero potuto accorgersi di quella assenza. E soprattutto avrebbero potuto porre una domanda.
Perché Iacovone non c’è? Invece, almeno nel racconto complessivo della serata, anche questo interrogativo è rimasto sostanzialmente fuori campo. Ed è un peccato. Perché il compito dell’informazione non dovrebbe essere soltanto quello di registrare ciò che accade, ma anche quello di individuare ciò che manca. A Taranto, purtroppo, sembra spesso prevalere una certa informazione “arlecchina”: molto pronta a celebrare l’evento, meno pronta a disturbare la festa con una domanda scomoda. E questa era una domanda tutt’altro che scomoda. Era semplicemente doverosa.
Una tirata d’orecchie anche agli ultras. Infine, una responsabilità, certamente diversa e molto più piccola, può essere attribuita anche alla tifoseria rossoblù. Qui la critica deve essere necessariamente accompagnata dal rispetto. Perché se c’è qualcuno che negli anni ha difeso la memoria di Iacovone, sono stati proprio i tifosi.
Sono stati loro a spingere perché lo stadio della Salinella portasse il suo nome. Sono stati loro a volere la statua di Erasmo alle spalle della Curva Nord. Sono stati loro, in definitiva, a custodirne la memoria quando altri probabilmente avevano già cominciato a dimenticarla.
Proprio per questo, però, una domanda è lecita. Dove erano questa volta? Perché in una serata simile sarebbe stato bello sentire la loro voce. Non per contestare. Non per politicizzare. Non per trasformare una cerimonia in una disputa. Semplicemente per ricordare a tutti che Erasmo Iacovone non si tocca e non si dimentica. “Erasmo uno di noi”, sarebbe stato sufficiente un coro!.
Forse altre questioni, ben più urgenti e delicate, hanno assorbito le energie della tifoseria. Ed è comprensibile. Ma proprio perché il rapporto tra Iacovone e il popolo rossoblù è qualcosa di unico, quella memoria avrebbe meritato di essere difesa anche quella sera.
Il problema non è Iacovone. È chi lo dimentica. Ed è questo il paradosso. Iacovone non ha bisogno di essere riabilitato. Non ha bisogno di essere ricordato artificialmente. Non ha bisogno di una cerimonia per tornare nella memoria dei tarantini. Il problema non è lui.
Il problema è chi, in una serata dedicata allo sport e alla storia sportiva della città, è riuscito a dimenticarlo. E soprattutto il problema è che nessuno, o quasi, abbia sentito il bisogno di chiedere conto di quella dimenticanza. Il sindaco Bitetti e la sua amministrazione hanno perso un’occasione. Chi ha costruito la cerimonia (Sport & Salute?) ha perso un’occasione. L’informazione ha perso un’occasione. E la tifoseria, pur con tutte le attenuanti del caso, ne ha persa un’altra.
Adesso, però, c’è ancora tempo. I Giochi passeranno. Le luci della grande manifestazione internazionale si spegneranno. Lo stadio tornerà alla città. E sarà proprio allora che qualcuno dovrà spiegare se quella di Iacovone è stata soltanto una dimenticanza o se, più semplicemente, nella grande fotografia dello sport tarantino qualcuno ha scelto di lasciarlo fuori.
Sarebbe bello che, alla riconsegna dell’impianto, il nome di Erasmo tornasse finalmente al centro della scena. Non per una passerella. Non per riparare una figuraccia. Ma per rispetto. Perché quello stadio porta il suo nome. Perché la Curva Nord custodisce la sua statua. Perché migliaia di tarantini continuano a considerarlo il loro campione. E perché, prima di celebrare il futuro, una città dovrebbe almeno avere la buona educazione di non dimenticare chi ha contribuito a costruirne la storia.
Erasmo Iacovone è morto nel 1978. Ma evidentemente, a Taranto, c’è ancora qualcuno che deve imparare a ricordarlo.


