Il nuovo pronunciamento della Corte d’Appello di Milano riaccende il confronto sul futuro dello stabilimento. Fim, Fiom, Uilm e Usb chiedono interventi immediati su occupazione, ammortizzatori e piano industriale
Il futuro dei lavoratori e quello di Taranto tornano al centro del dibattito dopo il nuovo pronunciamento della Corte d’Appello di Milano sull’ex Ilva. I sindacati chiedono al Governo interventi immediati sul fronte occupazionale e industriale, mentre l’associazione Genitori Tarantini rilancia la necessità di un modello di sviluppo capace di superare la dipendenza dalla grande industria.
Per Massimo Castellana, portavoce dell’associazione Genitori Tarantini e tra i promotori della battaglia giudiziaria che ha portato al provvedimento di sospensione dell’area a caldo, “la storia dell’acciaio a Taranto appartiene ormai al passato”. Il futuro del territorio ionico, sostiene, dovrà svilupparsi lungo direttrici diverse. “Infrastrutture, turismo e lavori sostenibili”.
Sul fronte sindacale, la priorità resta la tutela dell’occupazione. Ferdinando Uliano, segretario generale della Fim Cisl, ritiene che la decisione della Corte d’Appello renda ancora più urgente un intervento del Governo per evitare nuove ricadute occupazionali. “Diventa ancora più urgente mettere in campo iniziative che vadano nella direzione di evitare le situazioni di licenziamento che abbiamo stoppato nei giorni scorsi”, ha affermato Uliano, chiedendo un decreto che consenta di mettere “in sicurezza quantomeno l’occupazione dei lavoratori”, attraverso adeguati ammortizzatori sociali e strumenti di tutela.
Lo sguardo del sindacato è rivolto anche alla Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi il 20 ottobre. “È chiaro che la Corte di Cassazione dovrà poi decidere entro la fine del mese”, ha aggiunto Uliano, sottolineando però la necessità di non attendere il verdetto per definire le strategie industriali. Per il segretario della Fim occorre iniziare a delineare “risposte concrete in termini di investimenti” per rilanciare un settore considerato strategico come quello siderurgico. Da qui la richiesta al Governo di presentare un proprio piano di rilancio.
Sulla stessa linea Davide Sperti, segretario generale della Uilm, che, a margine del tavolo Electrolux, ha sottolineato come le conseguenze della vicenda fossero già prevedibili alla luce dei precedenti pronunciamenti della magistratura. “Continuo a ripetere dal primo momento, da fine luglio, da quando è arrivato il decreto della Corte d’Appello di Milano, che bisogna trovare immediatamente delle soluzioni di carattere occupazionale, salariale e sociale nei confronti dei lavoratori”, ha dichiarato Sperti.
Per il segretario nazionale della Fim Cisl Valerio D’Alò, la decisione della Corte non modifica il quadro di partenza: l’area a caldo dello stabilimento siderurgico dovrà comunque fermarsi e occorre quindi preparare rapidamente la fase successiva. “Il Governo dovrà assumersi la responsabilità di garantire i tempi di un piano industriale che preveda la riconversione immediata dello stabilimento, tutelando i diritti dei lavoratori e il futuro di Taranto”, ha affermato D’Alò.
Sul tavolo resta anche il tema della decarbonizzazione. Michele De Palma, segretario generale della Fiom, punta il dito contro i ritardi accumulati . “Quello che bisognava fare, cioè la decarbonizzazione e le bonifiche dall’amianto, non è stato fatto”.
Per la Fiom, il percorso dovrebbe passare dal rilancio di DRI Italia e dalla decarbonizzazione dello stabilimento, garantendo nel frattempo la continuità occupazionale attraverso il mantenimento delle attività a freddo e l’acquisto delle bramme necessarie agli stabilimenti di Taranto, Novi Ligure e Genova. De Palma chiede inoltre di fermare i licenziamenti annunciati nell’indotto, ribadendo che il costo della crisi non può ricadere sui lavoratori. “Non possono pagare le lavoratrici e i lavoratori scelte sbagliate fatte da altri”, ha affermato.
Una posizione critica arriva anche dall’Usb. Secondo Francesco Rizzo e Sasha Colautti, componenti dell’Esecutivo confederale, la decisione della Corte d’Appello non rappresenta un evento inatteso. “Negli ultimi tavoli era ormai evidente che non esisteva più uno scenario credibile costruito semplicemente sulla prosecuzione dell’attuale area a caldo di Taranto”, sottolineano. Per i due rappresentanti sindacali, “la crisi che abbiamo davanti non è stata prodotta dalla magistratura”, ma sarebbe il risultato, a loro giudizio, di “quattordici anni di errori, rinvii e assenza di una strategia industriale capace di tenere insieme produzione, occupazione, salute e ambiente”.
Rizzo e Colautti intervengono anche sul tema degli ammortizzatori sociali e degli incentivi all’esodo. “Le risorse destinate agli incentivi all’esodo devono andare direttamente ai lavoratori che, volontariamente, scelgono di uscire dal ciclo produttivo”, sostengono, contestando l’ipotesi di destinare tali risorse alle imprese.
L’Usb chiede inoltre di affrontare il tema previdenziale nell’ambito della transizione, attraverso il riconoscimento del lavoro siderurgico come lavoro usurante, “tenendo conto della gravosità delle lavorazioni, dell’esposizione alle alte temperature, dei turni e dell’impatto sulla salute prodotto da decenni di lavoro negli stabilimenti”.



