Di Rosa Elenia Stravato
Tra editoria in crisi e glamour che si incrina, il Diavolo Veste Prada II, riempie le sale
L’industria cinematografica è quel mirabolante e patinato mondo capace di creare un’attesa lunghissima per un film che nasce come “evento”. Talvolta queste grandissime attese sono incendi che si spengono improvvisamente, altre, sono meccanizzazioni perfette. Ma come si dice? Al pubblico l’ardua sentenza.
Il secondo capitolo dedicato alle vicissitudini glamour del team della rivista Runway – Miranda, Andy, Nigel, Emily – si trasforma in una sorta di affascinante “museo delle cere” del coloratissimo zoo redazionale che avevamo imparato a conoscere. Ma dietro questa patina scintillante emerge una dimensione più profonda e sorprendentemente umana, che rende il film un’evoluzione coerente e, per molti versi, coraggiosa. Bastano pochi minuti per cogliere il cambiamento; quando Miranda non lancia più il cappotto sulla povera assistente di turno ma lo appende da sola, con un gesto quasi esitante, si percepisce chiaramente il tramonto di un’icona. Non è una perdita di potere, quanto piuttosto una trasformazione silenziosa, che restituisce al personaggio una nuova complessità.
Il mondo attorno a lei sta cambiando, e Runway, simbolo di un’editoria dominante e spietata, deve fare i conti con una crisi che non è solo economica, ma anche identitaria. Il potente editore della testata, colpito dallo sfogo autentico e appassionato di Andy sul palco della premiazione – un j’accuse lucido contro le derive più superficiali del giornalismo contemporaneo – coglie l’occasione per rilanciare l’immagine di Runway.
La scelta di assumere Andy si rivela così non solo strategica, ma anche simbolica. Si tratta di riportare al centro contenuti e credibilità. Il ritorno a stretto contatto con Miranda, storica e temuta direttrice, promette scintille, ma sorprendentemente apre a dinamiche nuove. Il film, chiarisce, l’importanza del giornalismo come presidio di verità, contrapposto alla deriva sempre più diffusa di un’informazione “fast food”, rapida, superficiale e costruita per generare clic più che consapevolezza.
Attraverso il percorso di Andy, emerge con forza la differenza tra un giornalismo d’inchiesta rigoroso, fatto di tempo, verifica e responsabilità, e un sistema mediatico che spesso privilegia la velocità alla qualità. Il suo sfogo pubblico non è solo un momento narrativo incisivo, ma diventa il manifesto di una tensione reale: quella tra contenuto e algoritmo, tra profondità e immediatezza. In questo senso, il ritorno a Runway non rappresenta un passo indietro, ma un’opportunità per contaminare un mondo storicamente legato all’immagine con un nuovo approccio più consapevole.
La rivista diventa così il campo di battaglia simbolico tra due visioni dell’informazione: da una parte il rischio di scivolare in un prodotto patinato e vuoto, dall’altra la possibilità di evolversi senza perdere credibilità. Il film suggerisce, con leggerezza, che anche nei contesti più glamour può esistere spazio per un giornalismo che non si limiti a “consumarsi” rapidamente, ma che sappia ancora lasciare un segno. E proprio in questo equilibrio tra intrattenimento e contenuto si intravede il messaggio più interessante: la qualità non è incompatibile con il successo, purché ci sia qualcuno disposto a difenderla.
I dissidi e le incomprensioni tra le due non scompaiono, ma si trasformano in un confronto più maturo, meno caricaturale e più sfumato. Miranda, infatti, abbandona i toni eccessivi del passato per lasciare spazio a una figura diversa, quasi rarefatta, che riflette il cambiamento di un intero sistema. È un’evoluzione che contribuisce a dare al film una chiave più riflessiva e contemporanea. Quando un evento improvviso – la scomparsa del boss – sconvolge gli equilibri, la storia prende una piega ancora più interessante. Il passaggio generazionale porta nuove sfide: il figlio, con una visione più moderna e orientata al digitale, mette in discussione il futuro di Runway. Ed è proprio in questo momento che emerge il cuore del racconto: la necessità di fare squadra.
Miranda e Andy, un tempo agli antipodi, si ritrovano alleate nel tentativo di salvare la rivista, trasformando una crisi in opportunità. A dare colore al racconto interviene Emily, ora affermatissima direttrice di Dior a New York, che con il suo carisma e le sue connessioni internazionali contribuisce a tessere una soluzione inaspettata, tra suggestioni italiane che spaziano dal fascino artistico del Cenacolo leonardesco alle atmosfere raffinate del lago di Como. Questi elementi aggiungono al glamour un senso più rimarcatamene intellettuale.
Il film sceglie volutamente una struttura meno lineare, più dinamica e frammentata, che rispecchia il ritmo del mondo contemporaneo. La sceneggiatura di Aline Brosh McKenna gioca con colpi di scena e momenti brillanti, mentre la regia di David Frankel punta a ricreare l’estetica iconica della saga, alternando ambienti lavorativi essenziali a scenari visivamente suggestivi.
Il cast gioca sulla memoria dello spettatore ma non si limita a replicarla poiché ogni personaggio porta con sé il peso del tempo, delle scelte e dei cambiamenti. Ritroviamo Meryl Streep con una a Miranda Priestly più crepuscolare, ma sempre capace di dominare la scena con uno sguardo. Accanto a lei, Anne Hathaway costruisce un’Andy più adulta e consapevole, credibile nel suo passaggio da outsider ingenua a professionista determinata.
Emily Blunt, che torna nei panni di Emily con un’evoluzione più potente, più sicura, ma sempre irresistibilmente tagliente. E poi c’è Stanley Tucci, il cui Nigel, anche con meno spazio, risulta ironico e salvifico anche se il doppiatore sembra stonare con le sonorità della voce a cui eravamo abituati. Pur prendendo le distanze dal primo capitolo, questo sequel trova una propria identità, affrontando temi attuali come la trasformazione del giornalismo e l’impatto del digitale, con uno stile che richiama le produzioni seriali più moderne.
Al centro resta Andy, il cui percorso continua a evolversi: tra successi, inciampi e nuove sfide personali, emerge una figura più adulta, ancora imperfetta ma autentica. E, tra un sorriso luminoso e qualche momento volutamente sopra le righe, il film riesce a mantenere vivo lo spirito di intrattenimento, offrendo una storia che parla di cambiamento, adattamento e seconde possibilità.


