giovedì 20 Giugno 24

IL RITORNO D’U CRAPARIJDDE

Storia intima e identità: bellissima mattinata, alle Officine Comunali di Castellaneta, messa su dagli Amici delle Gravine insieme agli istituti ‘Q. O. Flacco’ e ‘M. Perrone’, con la collaborazione della Pro loco ‘D. Terrusi’ e il patrocinio del Comune. Musiche, canti e rappresentazione teatrale: il brigante postunitario Antonio Locaso, rivivendo per sedersi in prima fila, non avrebbe potuto chiedere di più

di Marco Tarantino

LO CHIAMAVANO ‘u Craparijdde’ perché, come ha spiegato la prof.ssa Maria Carla Cassone alle Officine Comunali di Castellaneta, aggiungendo versi vernacolari che hanno arricchito la splendida mattinata di oggi, era minuto e faceva il pastore. Classe ’41, Antonio Locaso veniva da Abriola, alto comune potentino (957 metri) che oggi conta 1300 abitanti;  sufficientemente povero e gelido perché il mestiere spingesse Tonino a migrare diciottenne per la castellanetana masseria Giacoia. Qui il sangue bollente lo indusse a reagire a un sopruso, il che ridusse il soprastante in fin di vita e accompagnò Locaso sul sentiero della ribellione. Ne trovò sfogo agli ordini del ras brigante Pasquale ‘Sergente’ Romano, tra le cui fila mise a ferro e fuoco ciò che i tempi documentarono, all’interno della guerra civile postunitaria portata dai Savoia e sostanzialmente, storicamente, ipocritamente assorbita nella locuzione questione meridionale. Dipinto come una sorta di Robin Hood, poiché distribuiva a chi gradiva quando poteva ciò che predava, tradito da un finto amico, che a lui e al suo compare Marino Todisco versò del vino drogato, ‘u Craparijdde tentò la fuga, cadde da cavallo, cercò rifugio nella macchia ma fu fregato dai bau di un cane. Due giorni di caserma, il farsesco ‘processo’,  poi la fucilazione e la (vergognosa) esposizione pubblica del cadavere, per altri due giorni, in piazza Vittorio Emanuele. Era il 17 gennaio 1863. Funzionava così, tra il 1860 e il ’70, specie grazie alla famigerata legge Pica, nell’Italia Sabauda ufficialmente Regno che, da Teano in poi, non perse occasione per sancire che i santi neounitari parlavano solo il francese del Nord e i diavoli avevano tutti quell’incomprensibile accento del Sud. Ironia della sorte, e della morte, al comando di due delle compagnie savoiarde che stanarono Locaso c’era l’ing. Mauro Perrone, che del paese sarebbe stato sindaco dall’89 al ‘92 e che al paese avrebbe permesso, nel suo mandato, le fontane pubbliche. Castellaneta lo celebra, gli intitola l’istituto scolastico e poi le tocca farlo convivere con Robin Hood Locaso.

E viceversa.

O viceversa.

A seconda delle celebrazioni, e quindi dei Santi a giro.

IMPARIAMO A RISPETTARE ciò che abbiamo e che siamo, ha premesso nell’introduzione Francesco De Crescenzo, che di ‘Amici delle Gravine’ è vicepresidente e anima, insieme al presidente Rocco Colamonico e al co-fondatore Domenico ‘Sbirraccio’ Milano. L’associazione si fa carico di escursioni, iniziative, partnership e protocolli d’intesa con le scuole: promuovere il territorio, più che un obiettivo programmatico (ascoltandoli, conoscendoli), somiglia a una missione laica. Interventi vari, alla presenza di rappresentanze delle scolaresche e della preside Maria G. Giove del ‘Flacco’, hanno illustrato socio-storicamente cause e concause che portarono, nei terribili insanguinati anni successivi alla spedizione dei Mille, alla dissoluzione dello Stato borbonico, alle guerriglie brigantesche e alla calata massima dell’esercito sabaudo (105 mila regolari, più dei due quinti nazionali); che infine, tra repressioni da macellai (generale Cialdini), paesi rasi al suolo (Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento, agosto 1861) e tecnica del pentitismo (generale Pallavicini), ottenne una vittoria inevitabile. 16mila morti (ufficiali), mille fucilati, quasi 2mila incarcerati: repressione? Il Sud fu depredato per rimpinguare l’erario un po’ come era accaduto, a capirci, con l’invasione (fine ‘700) di Napoleone, che riempì la pancia vuota della sua Francia e che qui qualcuno, come Foscolo, inizialmente declamò pure Liberatore.

FOCUS POI specifico sui più grandi desperados del nostro territorio: come Cosimo ‘Pizzichicchio’ Mazzeo da San Marzano, che svuotò la prigione di Grottaglie, distribuì cibarie ai poveri e in fuga verso Crispiano tentò di donare il suo tesoro privato a un massaro; ma poi (narrant) lo seppellì sotto un ulivo in contrada Pietrosa, poco prima di essere intercettato e fucilato alla schiena, a Potenza. Come Rocco ‘Cuppulone’ Chirichigno da Montescaglioso, 9mila scudi di taglia sulla testa (46mila euro di oggi), morto sul campo alle porte di Ginosa. Come il temibile, onnipresente Pasquale ‘Sergente’ Romano da Gioia del Colle, finito a sciabolate nonostante invocasse una morte da soldato. Come il Re, Carmine ‘Donatello’ Crocco da Rionero, che ingenuamente, alla fine dell’avventura, credette di poter ottenere appoggio da Pio IX e invece ne fu incarcerato, per morirvi da vegetale, 75enne, nel 1905. Come Giuseppe Nicola ‘Ninco Nanco’ Summa da Avigliano, taglia 15mila scudi, tattico e spietato, primo luogotenente di Crocco, catturato e ucciso sul posto soprattutto perché non facesse il nome di un notabile che tempo prima delle sue carabine si era servito. E come, infine, il cuore impavido e lacerato delle loro donne, le brigantesse: Michelina De Cesare, dai piemontesi torturata, uccisa ed esposta nuda; Arcangela Cotugno ed Elisabetta Biasucci, compagne di Cuppulone e Libertone, morte in cella dopo 20 anni di detenzione; Filomena Pennacchio, moglie dello ‘Sparviero’ Schiavone; Maria Giovanna Tito, moglie del Re Crocco; Maria Capitanio Giovane, che alla morte del suo compagno Luongo ne prese il posto e diede guerra ovunque, per poi suicidarsi in carcere nel 1868; e Maria Lucinella, moglie di Ninco Nanco, cui passava il coltello, dopo averlo affilato, perché il marito lo usasse con una certa profondità sul cuore dei prigionieri sabaudi. No, non fu un paese per innocenti.

Per disperati, sì.

Per invasori, soprattutto.

CURATA magistralmente dalla prof.ssa Grazia Augelli del ‘Perrone’, la proposizione teatrale del processo a Locaso ha riscosso applausi entusiastici degli oltre 200 stipati; così come i brani musicali che Tiziana Cetera, docente e anima lirica del ‘Flacco’,ha coordinato per la fantastica esibizione della sua ‘Flacco Band’: Amara terra mia di Domenico Modugno e Brigante se more di Eugenio Bennato. Applausi strameritati per tutti ed epilogo con il cappello in mano: pellegrinaggio breve e collettivo verso la limitrofa piazza delle Tre Croci.

Dove ‘u Craparijdde, neanche 22enne, 160 anni e un mese fa fece forse in tempo a ripensare alle nevi di Abriola, ai pascoli di Montecamplo e ai sorrisi lievi delle contadinelle. Che avrebbero pure potuto chiamarlo Robin Hood, se mai avessero saputo chi era Robin Hood.

Magari appena prima che le pallottole sabaude lo impiombassero, aprendo occhi pieni di lacrime e sangue nel suo petto di canarino triste, nel ciclo fottuto dei vinti in partenza e nel muro sbreccato alle spalle del Nulla.

 

Da sin: Francesco De Crescenzo e Rocco Colamonico, vice e presidente degli Amici delle Gravine. In mezzo: Tiziana Cetera, docente del ‘Q. O. Flacco’ e curatrice musicale della ‘Flacco Band’

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