di Rosa Elenia Stravato
La vita, la formazione e l’eredità artistica del compositore tarantino che trasformò il canto da salotto in poesia musicale
Quando si parla della nostra Penisola è chiaro inciampare nei cliché. Spesso, però, capita che questi luoghi comuni possano diventare piccole “spie” per andare oltre. E così, fortunatamente, ci si può stupire della moltitudine dei personaggi che hanno popolato la nostra storia e che hanno lasciato traccia di sé. Alle volte, poi, ci si stupisce maggiormente poiché quelle tracce non sono assolutamente lontane da casa nostra.
Nella storia musicale italiana tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, il nome di Mario Pasquale Costa occupa un posto singolare e raffinato. Nato a Taranto nel 1858 in una famiglia già intrisa di cultura musicale, Costa ereditò precocemente una sensibilità melodica che avrebbe nutrito il suo intero percorso artistico. La sua figura rappresenta per la città ionica non soltanto un motivo d’orgoglio, ma un simbolo di dialogo continuo tra tradizione e modernità, tra provincialità meridiana e respiro nazionale.
La formazione di Costa avvenne in un ambiente familiare ricco di stimoli: fin da bambino assimilò le arti musicali grazie agli insegnamenti dello zio, il compositore Nicola Costa, che ne plasmò la disciplina tecnica e la predilezione per il canto lirico. Successivamente perfezionò gli studi presso il Conservatorio di Napoli, allora una delle istituzioni più prestigiose d’Europa. In quel contesto ebbe modo di confrontarsi con il fervore creativo della Scuola Napoletana, assimilando i modelli melodici partenopei e il gusto per la romanza da salotto, genere di cui sarebbe diventato insigne interprete. Il giovane Costa apprese così non solo l’arte della composizione, ma una concezione umanistica e poetica della musica, intesa come strumento di elevazione sentimentale. Questa impostazione rimarrà la cifra più riconoscibile del suo stile.
Dopo gli anni formativi, la carriera di Costa lo condusse in numerose città italiane, dove venne apprezzato come pianista, cantante e compositore. Egli divenne una presenza costante nei circoli culturali dell’epoca, frequentando intellettuali e musicisti e alimentando quella dimensione cosmopolita che avrebbe caratterizzato molte sue scelte stilistiche. Scrisse un’enorme quantità di romanze, canzonette, pezzi vocali e operette, conquistando un pubblico ampio e trasversale.
Sebbene non appartenesse alla grande tradizione dell’opera teatrale, Costa incarnò una forma di lirismo più intimo e raccolto, capace di commuovere con la delicatezza dei sentimenti e con la purezza del canto. Morì nel 1933, lasciando una produzione vasta e preziosa, testimone di un’epoca sospesa tra la nostalgia ottocentesca e le nuove poetiche novecentesche.
Le sue romanze rappresentano l’apice della sua arte. Tra le più celebri si ricordano “Serenata a Surriento”, “A vucchella” (su testo di Gabriele D’Annunzio e composta insieme al fratello Francesco Paolo Tosti), “Sciure d’arancio” e numerosissimi brani destinati al repertorio salottiero. Queste composizioni si distinguono per la linea melodica limpida, per l’eleganza armonica e per un uso raffinato della vocalità che ricorda, negli accenti, l’antica scuola del belcanto.
La musica di Costa riesce a coniugare una forte identità meridionale — fatta di luce, malinconia e passione — con un linguaggio colto e sofisticato, rendendolo uno dei protagonisti più apprezzati della canzone d’arte italiana. Costa è celebre soprattutto come maestro della romanza da camera e della canzone d’autore in un periodo di profondi mutamenti musicali. La sua opera si colloca infatti nel solco di quella produzione “minore” che, tuttavia, ha segnato in modo indelebile la cultura italiana, anticipando sensibilità poetiche che sarebbero esplose nel Novecento con la canzone d’autore moderna.
Per la città di Taranto, Costa rappresenta una figura fondativa: un artista che seppe affermarsi a livello nazionale portando con sé la grazia mediterranea delle sue origini. La sua presenza nella memoria culturale cittadina è tuttora viva; egli simboleggia la capacità di una terra apparentemente marginale di produrre eccellenze intellettuali capaci di incidere nella storia artistica italiana. La sua eredità, la potremmo definire duplice: da un lato il suo patrimonio musicale, ancora oggi eseguito e riscoperto da studiosi e interpreti; dall’altro il suo significato simbolico, quello di un uomo che ha saputo nobilitare la forma breve e sentimentale della romanza, elevandola a veicolo di autentica poesia.
Se l’Ottocento musicale ha custodito molte figure di grande rilievo, Costa resta uno dei suoi “poeti del canto”, discreto ma essenziale. Nel ricordo di Taranto e della cultura italiana, egli è il custode di un’eleganza perduta, di un modo di intendere la musica come gesto intimo e necessario, come sussurro capace di attraversare il tempo.
Mario Pasquale Costa non fu soltanto un compositore: fu un artigiano dell’emozione, un interprete raffinato del sentire mediterraneo. E la sua musica continua, ancora oggi, a vibrare con la stessa luce gentile dei suoi giorni migliori.


