L’associazione chiede ai commissari una strategia chiara per il polo siderurgico: “Utilizzare i semilavorati per riattivare le produzioni a maggiore valore aggiunto e ridurre la cassa integrazione”
Confartigianato Taranto chiede ai commissari di Acciaierie d’Italia di chiarire la strategia industriale che sta guidando la gestione dello stabilimento siderurgico di Taranto, sostenendo che, in attesa della cessione dell’ex Ilva, non sia sufficiente garantire la continuità produttiva ma sia necessario valorizzare gli impianti e le produzioni oggi ferme.
A sollevare la questione è il segretario generale di Confartigianato Taranto, Fabio Paolillo, che ricorda come l’associazione avesse già proposto nei mesi scorsi di avviare la realizzazione del forno elettrico utilizzando le risorse inizialmente destinate al progetto del preridotto, oggi invece indirizzate dal Governo alla decarbonizzazione.
“Si sarebbe potuto recuperare tempo prezioso”, osserva Paolillo, sottolineando come negli ultimi mesi il dibattito si sia concentrato sulle trattative per la vendita e sul futuro assetto societario, mentre “il tempo industriale ha continuato a scorrere”.
Secondo Confartigianato, il nodo centrale riguarda l’attuale gestione dello stabilimento, che opera con un solo altoforno, una capacità produttiva ridotta e un ampio ricorso agli ammortizzatori sociali, mentre gran parte delle lavorazioni di trasformazione risulta ancora inattiva.
L’associazione, che rappresenta una parte significativa delle imprese dell’indotto impegnate in manutenzioni, logistica, autotrasporto, servizi e forniture, sostiene che Taranto non debba essere considerata esclusivamente come area a caldo. Il sito, ricorda Paolillo, dispone infatti di una filiera completa, con impianti di laminazione, tubifici, decapaggio e zincatura che negli anni hanno rappresentato il segmento a maggiore valore aggiunto della produzione.
“Oggi permane un’anomalia industriale: resta operativa soprattutto la fase primaria del ciclo produttivo, quella più impattante dal punto di vista ambientale, mentre sono ferme molte lavorazioni di trasformazione, che garantiscono maggiore marginalità e minori emissioni”, afferma il segretario generale.
Da qui la richiesta di spiegare perché non vengano riattivati gli impianti a valle dell’area a caldo, anche ricorrendo, se necessario, all’acquisto di semilavorati sul mercato. Una soluzione che, secondo Confartigianato, rappresenta una pratica industriale ordinaria quando risulta sostenibile sotto il profilo tecnico ed economico e che consentirebbe di mantenere operative le produzioni capaci di generare occupazione, lavoro per l’indotto e maggiore competitività.
Per Paolillo, ai commissari spetta il compito non solo di accompagnare il processo di vendita e garantire la continuità produttiva, ma anche di preservare il valore industriale dell’azienda. “Fino all’individuazione di un nuovo acquirente non basta custodire la fabbrica: occorre fare impresa”, afferma. “Ogni euro di margine in più significa meno cassa integrazione, più lavoro per autotrasportatori, manutentori e imprese dell’indotto”.
Confartigianato ribadisce di sostenere il percorso di decarbonizzazione, ma ritiene che il rilancio dello stabilimento debba passare anche dalla piena valorizzazione delle produzioni a maggiore valore aggiunto. Per questo chiede un confronto pubblico e tecnico sulle ragioni che mantengono inattivi gli impianti di trasformazione e sulla strategia industriale adottata nella fase commissariale.
“La trasparenza non è una concessione, ma il presupposto di una credibile politica industriale. – conclude Paolillo – Il modo migliore per tutelare un patrimonio industriale non è custodirlo, ma mantenerlo vivo, competitivo e capace di creare valore”.



