E’ stato lo Stato a Taranto. Con il suo Pianto Industrale in luogo di un Piano Industriale. Tutti i governi, nessuno escluso, hanno affossato la speranza produttiva della città dei due mari. L’Ilva è il nostro fondamentalismo senza fondamenta
A Taranto è stato lo Stato al di là di ogni ragionevole dubbio. La politica divenuta Istituzione. Governo della cosa pubblica. Consenso senza processo (democratico). Marciare su Taranto, così come si marciò su Roma, perché un nuovo inizio potesse preparare la fine. Lo sfascio prima del fascio. Tutti i presidenti del Consiglio di questi ultimi anni, tutti i governi, la destra e la sinistra, hanno affossato Taranto nella sua diatriba con la modernità. Nella relazione incestuosa con la fabbrica dei veleni. Nella ricerca di un’identità produttiva espunta dal proprio orizzonte ideale.
Con il Novecento, il secolo breve per dirla con le parole di Eric Hobsbawm, esteso oltremodo lungo la terra del rimorso e dell’equivoco permanente. Quello della precaria sintesi tra diritti che, non incontrandosi, si elidono a vicenda. Della salute manchevole del lavoro; del lavoro poco salutista. La nostra Notte della Tarant(o).
Non c’è stato mai alcun Piano Industriale per la città dei due mari. Pianto Industriale, quello sì. In quantità industriale. Eterodiretto da Roma. Da Palazzo Chigi, chiunque fosse l’inquilino. Con la complicità della politica locale e delle forze sociali. Con le ruffianerie altalenanti di quanti, alla mediazione, hanno preferito l’umiliazione. Qualche scatto d’anzianità in più. Qualche insperato avanzamento di carriera.
L’identità industriale di Taranto, la sua anima operaia, si sono così ritratti. Dispersi nell’inflazione della decretazione d’urgenza. Il progetto è divenuto rigetto. Nell’attesa messianica di un nuovo indirizzo economico; nell’integralismo ecologico che non risolve ma acuisce la crisi in atto. L’Ilva è il nostro fondamentalismo senza fondamenta. Religiosità secolarizzata. Lo stato brado di una classe dirigente responsabile di questo disastro.


