Da forza del progresso a presidio della conservazione. Le tante anomalie del maggior partito della sinistra italiana. L’analisi illuminante di Colin Crouch
Un partito postdemocratico. Nell’accezione data a questa espressione da Colin Crouch: il sociologo inglese interessatosi alla deriva oligarchica dei regimi liberali. Lo studioso della commercializzazione capitalistica dei governi repubblicani. Della progressiva privatizzazione del Welfare State. Più dilemma che opportunità. Preda del correntismo interno. Asservito al potere; e alla sua ruvida gestione quotidiana. Orfano del progetto. Il PD è ‘Problema – e Paradosso – Democratico’ in egual misura.
Non socialista, non cattolico-sociale, non più comunista: i pronipoti di Berlinguer abbracciano l’ibrido come certi motori di nuova generazione. Un po’ zuppa, un po’ pan bagnato. Sulla scena nazionale: all’opposizione di una destra arruffona. Futurista senza coltivare alcun sogno per il futuro. Al governo nelle Amministrazione locali. Cambia poco alla fine. A Roma, a Bari e a Taranto, la linea più breve tra due punti resta l’arabesco per il più grande partito della sinistra italiana. Il fritto misto programmatico.
Se insegui il populismo, se coltivi l’alleanza con i vari Conte e Fratoianni, se recuperi Renzi perché appaia in salute la sua Italia Viva ormai morta (e sepolta), se rimandi alle Calende greche la tua convinta adesione al riformismo, se l’ambientalismo agognato è quello della camomilla Bonomelli, il futuro scappa via. S’indirizza altrove. E, da forza del progresso, ti trasformi in presidio della conservazione. Edificando sui No, qualsiasi sia il contendere, le fondamenta del proprio agire politico. Allan Bloom descrisse questa deriva dei partiti di sinistra come la chiusura della mente progressista. Più semplicemente: è il PD, bellezza! Il Partito Postdemocratico.


