Taranto cartina al tornasole dei dilemmi che affliggono la sinistra italiana. Meglio un progressismo alla curcuma, come ha scritto Claudio Cerasa l’altro ieri sul Foglio, o un progressismo pragmatico e gradualista? Dire “no” a tutto è sin troppo facile; il difficile arriva quando bisogna costruire i “si”. Governare la complessità
Credo pensasse a Taranto Claudio Cerasa l’altro ieri. La sua contrapposizione tra una sinistra alla curcuma (e alla quinoa) e una votata al pragmatismo, al gradualismo, alla competenza poco appariscente del riformismo, riflette in maniera plastica gli attuali – e angusti – spazi di manovra amministrativa. E i dilemmi ideologici che allungano la propria ombra, con fare minaccioso, sul capoluogo jonico. Questa legislatura appena cominciata a Palazzo di Città assume un significato che travalica l’ambito localistico. La mera dimensione municipale. Attiene cosa vorrà essere il progressismo italiano nel prossimo futuro. Come dovrà restituirsi, essere percepito, dal proprio popolo di riferimento. Quale prassi di governo caldeggiare. Se votarsi ai “no” a prescindere: no all’Accordo di Programma sull’Ilva, no ai termovalorizzatori, no ai dissalatori, oppure accompagnare i “si” ad appuntamenti necessari, ma non troppo compromettenti, con la Storia.
Taranto diviene cartina al tornasole di una sinistra che vuole continuare ad abbaiare alla luna in luogo di una che non getti la spugna dinanzi alle proprie responsabilità di governo. Tra una sinistra disfattista e piagnona; e una che si preoccupi di come arginare la complessità. La sinistra dei pasdaran del pensiero unico, dei fondamentalisti della “decrescita felice”, espressione equivocata nel tritacarne di un dibattito politico-giornalistico oltremodo modesto, eco-riferita, e una sinistra per così dire popperiana. Votata al falsificazionismo, alla confutabilità. Ad una politica che diviene scienza non rinunciando alle osservazioni continue, agli esperimenti effettuati sul campo.
Quella pugliese non è città qualsiasi: in questo luogo, più che in qualsiasi altro posto del Paese, civiltà e modernità si guardano con sospetto. La tragedia si trasforma in farsa. Il senso del ridicolo oltrepassa il limes della pubblica decenza. Con la curcuma (e la quinoa) subentrate al capitale e ai lavori, alla falce e al martello, nella lettura del Vangelo socialista.