Il Presidente di Confindustria nella nota stampa: “Il decreto è un segnale importante da parte del Governo, ma servono correttivi urgenti. La crisi dell’ex ILVA rischia di travolgere aziende che hanno investito sul ciclo integrale e che oggi si ritrovano senza commesse e senza prospettive”
“Un decreto importante, che certifica l’interesse e l’impegno del Governo verso il nostro territorio”. Il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma, commenta così il provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri, che introduce misure urgenti a sostegno dei lavoratori dell’ex ILVA e dell’indotto, per la salvaguardia della funzionalità degli impianti dell’area a caldo e il rilancio industriale del territorio.
Un provvedimento accolto con cauta soddisfazione, ma che, secondo il vertice degli industriali jonici, deve essere accompagnato da interventi capaci di rispondere in maniera più incisiva all’emergenza che investe le imprese della filiera siderurgica. È soprattutto l’indotto, infatti, a rischiare di pagare il prezzo più alto della crisi, con aziende che hanno costruito la propria attività intorno allo stabilimento, sostenuto investimenti, organizzato risorse e competenze e che oggi si trovano esposte a una drastica riduzione, se non alla perdita, delle commesse.
“Condividiamo l’obiettivo indicato dalla presidente Meloni di dare continuità alla produzione e garantire l’occupazione – dichiara Toma – ma non possiamo ignorare la condizione delle imprese dell’indotto, che rappresentano una componente essenziale del sistema produttivo tarantino. Parliamo di aziende che hanno investito, assunto personale e strutturato la propria organizzazione in funzione delle esigenze dello stabilimento siderurgico. La crisi dell’ex ILVA si ripercuote direttamente su di loro, mettendone a rischio la stessa sopravvivenza”.
Il nodo principale riguarda il requisito, richiesto alle aziende fornitrici, di monocommittenza o di prevalenza (almeno al 50%) dei rapporti contrattuali con l’ex Ilva richiesto per riconoscere il collegamento tra la crisi del committente e la riduzione o sospensione dell’attività delle aziende dell’indotto, ai fini dell’accesso all’integrazione al reddito prevista dal decreto per il periodo dal 1° ottobre 2026 al 30 giugno 2027.
«È una percentuale che va necessariamente rivista – sottolinea Toma – perché rischia di escludere imprese che, pur non raggiungendo quella soglia, subiscono conseguenze pesantissime dalla contrazione delle attività dell’ex ILVA. Quando viene meno una quota significativa di commesse, non si ferma semplicemente una parte del lavoro: possono diventare insostenibili i costi fissi, gli investimenti effettuati, gli impegni con i dipendenti e con i fornitori. Il rischio concreto è che la crisi del grande committente si trasformi in una crisi irreversibile per tante realtà dell’indotto. Non chiediamo scorciatoie, ma regole che tengano conto della realtà economica e produttiva delle aziende”.
Per Confindustria Taranto è dunque necessario abbassare la soglia prevista, mantenendo gli opportuni requisiti documentali per certificare i rapporti contrattuali, ma evitando che un criterio troppo rigido impedisca l’accesso alle tutele, ovvero la quota che va non al di sotto del 50% del fatturato generato da commesse verso ILVA. Resta inoltre l’attesa per il pronunciamento della Cassazione, dal quale Confindustria Taranto auspica possano emergere condizioni e tempistiche più congrue per affrontare la decarbonizzazione dello stabilimento e favorire l’insediamento dei nuovi progetti industriali già intercettati e sostenuti dall’associazione.
«Occorre inoltre accelerare la definizione di un piano chiaro per la decarbonizzazione e per l’introduzione dei forni elettrici – conclude Toma – anche in vista di una possibile acquisizione degli asset da parte di soggetti privati. Ma, nel frattempo, non possiamo permettere che le imprese dell’indotto paghino il conto dell’incertezza e si vedano costrette, come ovvia e immediata conseguenza, ad avviare licenziamenti e ridimensionamenti. Salvaguardare queste aziende significa proteggere lavoro, competenze e capacità produttiva del territorio. Senza l’indotto, qualsiasi prospettiva di rilancio industriale rischia di nascere già più fragile».



