mercoledì 24 Aprile 24

Ex Ilva, Coordinamento Taranto:  la testimonianza di Celeste

La portavoce della delegazione: ”Concedere lo scudo penale, e lo dico da cittadina e da mamma, significa condannare ulteriormente questa città che già da sessant’anni subisce tanto, e che è allo stremo delle sue forze e non ce la fa più”

Questa mattina si è svolto l’incontro tra il Prefetto di Taranto Demetrio Martino e una delegazione del Coordinamento Taranto, che si batte contro il nuovo scudo penale concesso all’Ilva. Peacelink, con un comunicato, ha riportato il discorso di Celeste Fortunato, una mamma tarantina affetta da una grave forma di leucemia.

“Ci sono – ha detto Celeste Fortunato – tante ricerche che dimostrano come a Taranto, man mano che ci si avvicina al polo industriale, l’inquinamento e l’eccesso di mortalità aumentano. È impossibile dimenticare il piccolo Lollo Zaratta che è morto a soli cinque anni e nel cui cervello sono state trovate tracce di metalli pesanti, assunti probabilmente già in fase di gestazione dalla mamma che lavorava nel quartiere Tamburi. Quartiere nel quale io ho vissuto dieci anni , e che conosco quindi benissimo, ed è stato assediato dall’inquinamento. I nostri figli hanno vissuto anni tormentati. Noi mamme non siamo come le mamme di tutt’Italia, perché abbiamo continuamente paura che i nostri figli si ammalino. Io sono arrivata al punto di ringraziare il Signore che sia capitato a me e non a mio figlio”.

La sua testimonianza è proseguita soffermandosi sui rischi sanitari che erano già stati previsi da medici che allertavano sui pericoli: “Nel mio reparto, così come nel reparto oncologico, perché certe realtà se non le vivi non le puoi conoscere fino a fondo, per non parlare poi se le vivi sulla tua pelle, i malati aumentano ogni giorno di più, i trapiantati al midollo osseo sono tantissimi. Il reparto è gestito da personale eccellente ma lavora a fatica perché siamo veramente tanti”.

Nel discorso ha toccato la questione del latte materno alla diossina: “Ci fu una ricerca e ci chiesero – spiega Celeste Fortunato – di raccogliere campioni di latte. Nel quale trovarono tracce di diossina. Quindi io da mamma ero combattuta. E non sapevo cosa fare. E mi dissero di continuare comunque ad allattare perché avrei trasmetto a mio figlio le difese immunitarie. Però immaginate che cosa significa tutto questo”. E ha continuato: “Ci sono livelli altissimi di infertilità, di endometriosi, per non parlare dei bambini che sono nel reparto oncologico dell’ospedale. Bambini che muoiono, e ne sono morti tanti insieme ai nostri lavoratori”.

“Ogni azienda – ha continuato la Fortunato – risponde ai propri lavoratori se succede qualcosa. È tenuta a farlo. Quindi anche il nostro siderurgico è tenuta a rispondere degli eventuali danni che può procurare. Quindi concedere lo scudo penale, e lo dico da cittadina e da mamma, significa condannare ulteriormente questa città che già da sessant’anni subisce tanto, e che è allo stremo delle sue forze e non ce la fa più. Respiriamo la stessa aria, cittadini e lavoratori. È stato terribile ascoltare Stefano Sibilla, lavoratore ILVA e sindacalista di base dei Lavoratori Metalmeccanici Organizzati, quando ha detto ‘non so quando toccherà a me, quando arriverà il mio turno’. È straziante. O sentire una mamma che dice ‘se io potessi tornare indietro non avrei messo al mondo mio figlio in queste condizioni’ per la paura che si ammali. O sentire amiche che dicono ‘non voglio fare figli, rinuncio perché ho paura’. Se noi siamo arrivati al punto che una donna dica questo  vuol dire che come umanità abbiamo fallito”.

Il Prefetto di Taranto, Demetrio Martino, si è avvicinato e le ha dato la mano. È  stata accompagnata anche dalla Digos giù fino all’auto. Aveva le gambe deboli e malferme. L’accompagnava la sorella ed è uscita accompagnata in auto. Prima di andare via i giornalisti hanno chiesto una dichiarazione, lei ha abbassato il finestrino e ha parlato, rilasciando la sua testimonianza di portavoce dei pazienti del suo reparto. Poi l’auto si è allontanata fra due ali di manifestanti che la applaudivano.

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