giovedì 20 Giugno 24

Ex Iva, presentata richiesta di revoca della confisca degli impianti alla Corte d’appello

Nell’atto presentato dai legali di Ilva in as chiedendo la restituzione “effettiva” degli impianti dell’area a caldo alla societá proprietaria, si afferma che la situazione del siderurgico di Taranto non è più quella di dieci anni fa, quando scattò il sequestro, che il piano ambientale è ormai prossimo alla conclusione e che i meccanismi di controllo adesso sono più efficaci

Gli avvocati di Ilva in amministrazione straordinaria hanno presentato alla corte d’appello una richiesta di revoca della confisca degli impianti dello stabilimento siderurgico di Taranto. La richiesta è inserita nell’impugnazione, in appello, della sentenza di Assise del maggio 2021 le cui motivazioni sono state depositate il 29 novembre scorso.

È stato il collegio dell’Assise (presidente Stefania D’Errico, giudice a latere Fulvia Misserini) a disporre la confisca, accogliendo la richiesta del pool dei pubblici ministeri, sebbene il provvedimento non sia operativo. Lo sarà solo dopo un’eventuale conferma in Cassazione.

Resta, intanto, il sequestro con facoltà d’uso che la proprietà di Ilva in amministrazione straordinaria ha affittato ad ArcelorMittal prima e ad Acciaierie d’Italia adesso, joint tra il privato Mittal e la pubblica Invitalia.

Nell’atto di poco più di 100 pagine dei legali di Ilva in as (Angelo Loreto e Filippo Dinacci), chiedendo la restituzione “effettiva” degli impianti dell’area a caldo (parco minerali, cokerie, altiforni, acciaierie etc.) alla societá proprietaria, si afferma che la situazione del siderurgico di Taranto non è più quella di dieci anni fa, quando scattò il sequestro, che il piano ambientale è ormai prossimo alla conclusione e che i meccanismi di controllo adesso sono più efficaci.

Scrivono i legali nell’impugnazione: “Nel corso degli anni successivi al sequestro, gli esiti delle indagini ambientali e delle attività ispettive condotte dagli enti pubblici di controllo hanno escluso superamenti dei limiti emissivi fissati dalla cornice normativa di settore; univoci in tal senso gli esiti delle indagini sulla qualità dell’aria. In buona sostanza, non sono mai affiorati indici di rischio per la collettività e per l’ambiente, neppure allo stadio potenziale”.

“Questi elementi – si afferma – non sono stati ritenuti presupposti sufficienti ai fini della restituzione degli impianti in sequestro al legittimo proprietario, Ilva in as”.  I legali Loreto e Dinacci affermano ancora che “la Corte d’Assise sembra orientarsi nella logica utopistica dell’azzeramento del rischio, piuttosto che in quella ordinaria (e, sia consentito, ortodossa) del rischio consentito”.   

Viene inoltre definita “erronea” l’applicazione della sanzione accessoria della confisca per equivalente del profitto da illecito amministrativo per 2,100 miliardi in solido a carico di Ilva in as ed altri soggetti coinvolti. Per gli avvocati della proprietà, i 2 miliardi e 100 si riferiscono ad un risparmio di spesa della società sull’attuazione delle prescrizioni ambientali ipotizzato “con molta approssimazione” dal custode giudiziario Barbara Valenzano.

Invece per i legali Loreto e Dinacci, “il risparmio di spesa riferibile alle imputazioni si sostanzierebbe in 1,327 miliardi” per “le prescrizioni di adeguamento impiantistico finalizzate a prevenire i fenomeni emissivi contestati”, ma  la transazione con “la precedente proprietà” dei Riva “ha restituito a Ilva un importo pari ad 1,442 miliardi di euro. Ben si comprende quindi come il soggetto danneggiato, lo Stato, abbia già ricevuto dalla precedente proprietà l’equivalente del preteso risparmio di spesa”. (Agi)

Articoli Correlati