di Francesca Leoci
Le diagnosi segnalate mostrano un preoccupante aumento, evidenziando un ritorno ai livelli pre-Covid. Secondo i dati dell’Iss, nel 2023 sono stati registrati 2.349 nuovi casi nel nostro Paese
Nonostante i progressi terapeutici e le innovazioni nella prevenzione, l’Hiv e l’Aids rappresentano ancora oggi una delle principali sfide della salute pubblica. Secondo gli ultimi dati del Centro Operativo Aids (Coa) dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2023 l’Italia ha registrato un incremento significativo delle nuove diagnosi di infezione da HIV, segnando un ritorno ai livelli pre-Covid.
Con 2.349 nuove diagnosi segnalate – pari a un’incidenza di 4,0 casi per 100.000 residenti – il nostro Paese si attesta ancora al di sotto della media dell’Europa occidentale, pari a 6,2 per 100.000 abitanti. Dopo un calo progressivo delle nuove diagnosi tra il 2012 e il 2020, il trend ha ripreso a salire dal 2021. Un aumento attribuibile non solo al recupero delle diagnosi ritardate durante la pandemia, ma anche al persistere di comportamenti a rischio e alla diffusione limitata dei programmi di test e prevenzione.
Le Regioni più colpite in Italia
Le regioni italiane con la maggiore incidenza per 100.000 abitanti sono Lazio (5,5), Emilia-Romagna (5,0) e Umbria (5,0), mentre quelle con i tassi più bassi includono Veneto (1,1) e la Provincia di Trento (1,8). In termini assoluti, Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna guidano la classifica per numero di diagnosi, seguite da Campania e Veneto. L’Italia, pur posizionandosi sotto la media europea, presenta dati di incidenza variabili rispetto alle diverse aree del continente. Nella parte orientale dell’Europa, l’incidenza è drammaticamente più alta, superando i 30 casi per 100.000 abitanti.
Diagnosi di Hiv: chi è più colpito?
La maggioranza delle nuove diagnosi nel 2023 interessa uomini (76%), con un’età mediana alla diagnosi di 42 anni (39 anni per le donne). Le fasce d’età più colpite sono quelle tra i 30-39 anni (28%) e i 40-49 anni, seguite dagli over 50, che rappresentano ormai il 29% delle nuove diagnosi. Parallelamente, si osserva una maggiore incidenza di diagnosi tardive in questa fascia d’età.
Dal punto di vista delle modalità di trasmissione, l’86,3% delle nuove infezioni è attribuibile a rapporti sessuali, con le seguenti suddivisioni:
- Uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (Msm): 38,6%.
- Maschi eterosessuali: 26,6%.
- Femmine eterosessuali: 21,1%.
La trasmissione legata all’uso di droghe per via iniettiva (Idu) è ormai marginale, rappresentando solo il 3,4% dei casi. Per quanto riguarda la popolazione straniera, questa rappresenta il 36,9% delle nuove diagnosi, con un’incidenza passata da 12 per 100.000 abitanti nel 2019 a 15 per 100.000 nel 2023. Tra gli stranieri, la trasmissione sessuale, soprattutto eterosessuale, è predominante (59,7%).
Diagnosi tardive: una criticità persistente
Un problema molto grave riguarda in particolare le diagnosi tardive: nel 2023, il 60% delle persone con una nuova diagnosi presentava livelli di linfociti CD4 inferiori a 350 cell/μL, segnalando un sistema immunitario già compromesso. Il fenomeno riguarda due terzi degli eterosessuali – sia uomini (66,8%) che donne (63%) – e oltre la metà degli Msm (54%).
La diagnosi tardiva implica gravi conseguenze sia per la salute individuale sia per la collettività, aumentando il rischio di complicanze cliniche e della progressione verso l’Aids, con un maggior rischio di trasmissione inconsapevole del virus.
L’importanza della prevenzione dell’Aids
Il maggior numero di test Hiv nel 2023 è stato eseguito in presenza di una sospetta patologia correlata o di sintomi associati (35%). Un altro 19,6% è stato effettuato per comportamenti sessuali a rischio, mentre il 12,3% è emerso attraverso controlli di routine o screening, suggerendo un accesso tardivo a tali procedure. Gli ultra-sessantenni sono stati particolarmente colpiti, poiché hanno ricevuto diagnosi in fase avanzata.
Uno dei principali fattori che contribuiscono all’aumento delle diagnosi di Aids è l’accesso limitato ai test, soprattutto per le categorie più vulnerabili o inconsapevoli del rischio. Un fattore che evidenzia l’urgenza di intensificare le campagne di prevenzione e sensibilizzazione sui rischi della malattia.
In questo contesto, è quindi fondamentale implementare politiche di prevenzione adeguate, promuovere programmi di educazione sessuale e sviluppare una rete di assistenza sanitaria accessibile per poter invertire questa tendenza. L’intento è quello di creare una società più consapevole e informata, per avvicinarsi ad una generazione priva del virus.
Nuove cure contro l’Hiv: la terapia antiretrovirale
Nonostante l’Aids non sia più un’emergenza sanitaria come in passato, soprattutto grazie alle nuove terapie, è importante non abbassare la guardia. “Non dobbiamo spegnere i fari su questo problema. Occorre lavorare sulla prevenzione, soprattutto tra i giovani”, sottolinea Anna Teresa Palamara, direttrice del Dipartimento Malattie Infettive dell’Iss, in un’intervista a Sky TG24. In Italia, il 77,2% delle persone a cui viene diagnosticato l’Aids non aveva mai ricevuto una terapia prima, evidenziando quanto sia fondamentale accedere rapidamente alle cure.
Oggi, grazie alla terapia antiretrovirale, l’HIV può essere gestito come una malattia cronica. Con una terapia regolare, è possibile ridurre la quantità di virus nel sangue fino ad azzerarla, rendendolo non trasmissibile, attraverso la formula U=U (Undetectable = Untransmittable).
La ricerca continua a fare grandi passi avanti. Ad esempio, sono in fase di sviluppo farmaci a lunga durata d’azione (long acting), con somministrazioni mensili o bimestrali, che facilitano il rispetto delle cure e riducono lo stigma. Inoltre, la duplice terapia (con due soli farmaci) si sta rivelando efficace anche nei casi di diagnosi tardiva.
Prevenzione: La PrEP come strumento chiave
La prevenzione gioca un ruolo chiave, e uno degli strumenti più importanti è la Profilassi Pre-Esposizione (PrEP). La versione orale, già disponibile, offre una protezione del 97% contro il virus. Inoltre, studi recenti su varianti long acting della PrEP – come Cabotegravir o Lenacapavir – hanno mostrato inoltre risultati promettenti, con pochissime o zero infezioni nelle popolazioni studiate.