di Armando De Vincentiis
Se vogliamo relazioni più sane, dobbiamo iniziare da qui, dal modo in cui nominiamo l’altro, dal valore che gli riconosciamo quando nessuno ci osserva. Perché la violenza non nasce solo dai gesti estremi, spesso comincia da una battuta, da un’etichetta, da un giudizio detto con leggerezza. E finché continueremo a considerare queste ferite “minori”, continueremo a ignorare una parte importante della sofferenza umana
Nel dibattito pubblico sulla violenza di genere esiste una zona d’ombra che raramente trova spazio: la violenza verbale e psicologica che alcuni uomini subiscono nelle relazioni affettive.
Non si tratta di contrapporre un dolore all’altro, né di negare l’enorme impatto della violenza maschile sulle donne. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che le parole possono ferire chiunque, e che anche gli uomini possono diventare bersaglio di etichette svalutanti, ridicolizzazioni e giudizi corrosivi.
Negli ultimi anni è emersa una tendenza linguistica che merita attenzione: definire un uomo “caso umano”, “troppo bravo ragazzo”, “noioso”, “non abbastanza virile”, “sfigato” come se la sua identità valesse meno perché non risponde a un immaginario di forza, intraprendenza o “tossica sicurezza di sé”. Sono frasi che sembrano quasi ironiche, ma che in realtà agiscono come micro‑umiliazioni, capaci di intaccare l’autostima e la percezione di valore personale.
Quando una donna liquida un uomo con etichette superficiali, quando lo deride davanti alle amiche, quando lo definisce “troppo sensibile”, “troppo buono”, “non abbastanza uomo”, non sta semplicemente esprimendo un’opinione: sta usando il linguaggio come strumento di potere. E il linguaggio, lo sappiamo, può essere una forma di violenza sottile, normalizzata, invisibile. La domanda allora diventa inevitabile: dove comincia davvero la violenza?
Non sempre nei gesti eclatanti. Spesso nasce nelle parole. Nelle definizioni che riducono una persona a una caricatura. Nelle narrazioni che trasformano la vulnerabilità maschile in motivo di scherno. Nella leggerezza con cui si giudica un uomo “troppo bravo” come se la gentilezza fosse un difetto. Questa dinamica produce un paradosso: da un lato si chiede agli uomini di essere più empatici, più emotivamente disponibili, più rispettosi e dall’altro, quando lo sono, vengono talvolta svalutati proprio per quelle qualità. È un cortocircuito culturale che alimenta frustrazione, silenzi e un senso di inadeguatezza che molti uomini non sanno nemmeno esprimere.
Riconoscere questa forma di violenza non significa accusare le donne, ma prendere sul serio il peso delle parole e il loro impatto nelle relazioni. Significa ricordare che il rispetto non è unidirezionale, e che la dignità emotiva non appartiene a un solo genere. In fondo, tutto si riduce a questo: imparare a guardare le parole per ciò che sono davvero, strumenti che possono costruire o demolire.
Se vogliamo relazioni più sane, dobbiamo iniziare da qui, dal modo in cui nominiamo l’altro, dal valore che gli riconosciamo quando nessuno ci osserva. Perché la violenza non nasce solo dai gesti estremi, spesso comincia da una battuta, da un’etichetta, da un giudizio detto con leggerezza. E finché continueremo a considerare queste ferite “minori”, continueremo a ignorare una parte importante della sofferenza umana. E dobbiamo ricordare che la libertà di esprimere ciò che si prova non autorizza a ferire. La sincerità non giustifica la svalutazione. E la frustrazione di alcune donne non può diventare un alibi per trasformare l’uomo in un bersaglio.
Perché la violenza, quella sottile e quotidiana, comincia spesso proprio da lì: da una parola detta anche senza pensarci. Proviamo a riflettere .



