lunedì 22 Luglio 24

DISAFFEZIONE?  

Quanti e quali sono i motivi che hanno svuotato lo ‘Iacovone’? I desolanti dati ufficiali della Lega e il pezzo di Vincenzo Carriero obbligano a riflessioni, analisi e domande: nessuna delle quali, però, ha per risposta la Verità Assoluta

di Marco Tarantino

MISI ANIMA e piede per la prima volta allo ‘Iacovone’, che allora si chiamava ‘Salinella’ ed esisteva da quattro anni, nel ’69. Ne avevo solo cinque e per questo mio zio, abbonato storico alla tribuna centrale, non dovette pagare un secondo biglietto. Sedetti sui gradini del passaggio, fianco ai seggiolini in lamiera gialla. Era un mondo incantato e certamente mitologico, abitato da semidei. Uno di questi era Marco Tartari, che calciava un corner col destro e dall’altra parte col sinistro: una cosa che, in oltre cinquant’anni di pallone (spesso) professionale, ho rivisto fare a non più di quattro giocatori. Ne rimasi abbagliato, e infatti è l’unico ricordo che di quel pomeriggio mi accompagna; anche perché lo 0-0 con la Reggiana non dovette tecnicamente essere indimenticabile. In panca c’era Caciagli, il saggio del “fieno in cascina”; alla presidenza Di Maggio, che lo ‘stadio dei 100 giorni’ aveva costruito sui tubi Innocenti facendo un affare lucroso da gran navigatore.

  Intorno e addosso, la gente. Il popolo. I fedeli. Tanti. Ma tanti. Tantissimi.

GLI ANNI successivi, da Di Maggio a Fico, da Tartari a Selvaggi, da Selvaggi a Erasmo, da Carelli al Cavalier Pignatelli via Greco-Buonfrate, dal primo fallimento a Fasano, da Fasano al Carelli bis sino alla cancellazione dai pro e alla D del ’93, indubbiamente aggiunsero cicatrici alla sofferenza genetica del rimbalzo rosso e blu; ma non spopolarono gli orribili gradoni cementificati di primo e secondo lotto (incompleto per l’eternità) del neo ‘Iacovone’. Gli abbonamenti potevano attestarsi intorno ai quattromila o di meno o di più; l’aver smarrito la B, di cui si era stati possessori (record dell’epoca) per tredici stagioni filate, poteva ingrossare i fegati e peggiorare il colesterolo nelle discussioni al bar, ma ancora non c’erano i social e il dogma non temeva eresie. Pieno magari no, ma ‘u cambe faceva sentire la sua voce e seguiva il flusso umano dell’entusiasmo da classifica grassa oppure sminchia, ma senza mai diventare afono. Ripescato dalla D del 2000 (bravo Carrano), il Taranto 2001, ‘patron’ Pieroni con i quattro soci di cui Massimo Giove era l’alfiere,  Silva in panca e Riganò al cannone, accese entusiasmi da movida: contro il Catanzaro, già promossi, ultima di campionato e saluto a Spagnulo, di cuori urlanti ce n’erano più di 23mila. Mai meno di 10mila a botta, durante.

  Semmai, da giornalista analista e non più tifoso militante, negli anni avevo ormai acquisito il dato che in nessun altro stadio italiano c’era una percentuale così alta di ‘portoghesi’, cioè di imbucati: che pretendevano di esserlo o cercavano qualsiasi appoggio possibile per diventarlo. Però la stampa generalista riempiva la bocca all’opinione pubblica con il mantra: nessuno è più caldo di noi.

  Gli ormoni: certo che sì. Pagare il biglietto: ma anche no. Altra storia.

 Altra storia?

SCOCCANO dunque trent’anni esatti dall’ultima volta in cui la città conobbe quella che ancora qualcuno chiama ‘cadetteria’. Ci siamo andati vicini, anche vicinissimi: dopo il Taranto-Catania 2002 c’è chi ha strappato la tessera dell’amore così come io ho strappato, due anni fa, la tessera di giornalista (a ciascuno il suo sconforto, o la sua nausea). Non frequento più. Neanche ne scrivo, tranne sponde impazzite che mi colpiscono mentre dormo. Se stavolta succede, è perché me lo chiede Vincenzo Carriero, che ha fatto bene, prima di tutto, a interrogare sé stesso con lo splendido pezzo di domenica scorsa. Ciascuno metta il suo mattone, il che mi porta a non sottrarmi. I dati Lega sono impietosi: solo Turris (media 1311) e Francavilla (1050) fanno meno spettatori del Taranto (1503), sorpassato sia pure di poco da Latina (1560) e dal ‘Franco Scoglio’ di Messina (1559), altra città che deve farsi due o tre domande avendo per giunta conosciuto la A (beati). Monopoli, Juve Stabia, Cerignola, Andria e Potenza portano al campo più gente di noi; il Foggia, che non sta certo entusiasmando, ne fa 4693 a domenica; il Pescara, che come il Foggia ha un bel po’ di A alle spalle e che potrebbe in teoria fare lo snob, 4259. Quanto c’entra il grafico della disaffezione da risultati sì e risultati ni?

E QUANTO c’entrano i tanto osannati tempi nuovi, che comunque, alla fine, più che altro vanno accettati e basta? Partite visibili in tv anche in C, sintesi online appena dopo il match, mondo adolescenziale progressivamente scollegato da ogni appartenenza e sempre più immaterialmente collegato a una fruizione volante, un’immagine, un gol, un post, uno smartphone attaccato al naso e dieci persone intorno che fanno altrettanto: ultracorpi che non hanno avuto bisogno di invadere, gli è bastato nascere in questa sottospecie di vassoio per spettri.

 Risposta sufficiente, ma non verità assoluta. Non credo ne esista una.

Poiché a spanne il fenomeno mi ricorda quello della carta stampata, soprattutto il quotidiano: inevitabile che le vendite di trenta, quarant’anni fa siano preistoria da fantascienza, e che sempre più si vada verso gli abbonamenti online; ma allora perché in Paesi che erano tecnologizzati quando noi ancora avevamo il biberon, come Germania e Inghilterra, il cartaceo ha conservato le cifre assai più che da noi? Allora perché, sempre in Inghilterra, primo campionato a introdurre la pay tv e a inventare il ‘monday night’, gli stadi sono pieni mediamente al 93 percento anche se si gioca la Coppa di Lega?

CULTURA SPORTIVA è una locuzione abusata e me ne scuso, ma stavolta non posso prescinderne. Attraversando gli anni e i campi e gli articoli e i percorsi socio-giornalistici, non c’è voluto molto a capire che questa città ne è priva. Non mi riferisco soltanto alla questione-portoghesi di cui sopra, che pure è la faccia marcia dello stesso prisma. A Taranto, storicamente, da un punto di vista sentimentale non attecchisce alcun altro sport che non sia il calcio: si concedono al massimo passioni fugaci, come fu per il basket femminile e per il volley. I pionieri, gli eroi che tentano avventure alternative, dall’atletica al tennis, dal basket in carrozzina al rugby, finiscono immancabilmente a predicare nel deserto delle loro tasche e delle amministrazioni menefreghiste, si trattasse anche solo di una pulizia al campo-scuola. Il buco dentro, però, è che ora anche la monocultura ha il culo per terra: neanche il calcio tira più.

Torno a farmi la domanda, che non è retorica: disaffezione?

Ma se è così, con che diritto?

A meno di non avere, tristemente, ragione.

Il Taranto è risalito in C due anni fa all’ultimo tuffo, e l’anno scorso l’ha conservata senza l’angoscia dei playout. Può ripetersi quest’anno, e se accadesse sarebbe un mezzo miracolo (visto il budget) targato Capuano, il mio antico nemico, che è arrivato in una situazione peggio che lacera.

Che senso ha avuto lo sciopero del tifo dello scorso autunno? Che senso ha disertare lo stadio, non dico riempirlo, anche da parte di quei due, tre, cinquemila che credo ancora siano tifosi del vecchio Delfino?

“C’è qualcosa di più profondo, e crediamo di poco sportivo, in questa disaffezione che rompe uno schema e capovolge la più resistente delle tradizioni (…). Qualcosa di intimamente politico”, scrive Vincenzo, che in quest’ambito ne sa un oceano più di me. Massimo Giove, che non è il Berlusconi del Milan di Sacchi, che fa salti mortali per rimanere in piedi, dà fastidio, con la sua posizione sul nuovo stadio? Per il suo non volersi fare da parte, e a favore di chi? Dovesse essere così, quanto somiglia l’eventuale pressione politica alla Verità Assoluta che tanto ci piacerebbe metterci in tasca?

Ciò che è certo è che la più resistente delle tradizioni avremmo voluto giurarla eterna, e invece si è ridotta a piccio, protesta, pretesa, evasione. Diserzione: sì. Da una storia. Da un’identità.

Avremmo voluto giurare che fosse una religione, per poterla ficcare in cassaforte ed essere sicuri che sarebbe rimasta lì: inattaccabile, indiscutibile.

Invece per qualsiasi furto c’è una combinazione, e per qualsiasi bene un verme che lo corrode.

“La religione non è molto efficiente. Ci sono molte più cose che potrei fare in una domenica mattina”.

 O pomeriggio, anche. Indovina: l’ha detto Bill Gates.

  Chi altri avrebbe potuto.

  Mica Savonarola.

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