Basta guardare all’atletica degli ultimi anni o al nuoto azzurro: medaglie, record, campioni affermati e giovani che si affacciano ai vertici. In questi movimenti trovano spazio anche tanti atleti di seconda generazione, figli di un’Italia ormai diversa, più multiculturale. Non è soltanto una questione di origini: è il segnale di uno sport capace di intercettare una società che cambia
La nuova Italia vince. Il calcio la sta ancora cercando. C’è un’Italia che corre, salta e nuota e che forse racconta il Paese reale meglio di quanto riesca a fare il calcio. Basta guardare all’atletica degli ultimi anni o al nuoto azzurro: medaglie, record, campioni affermati e giovani che si affacciano ai vertici. In questi movimenti trovano spazio anche tanti atleti di seconda generazione, figli di un’Italia ormai diversa, più multiculturale. Non è soltanto una questione di origini: è il segnale di uno sport capace di intercettare una società che cambia.
Il calcio, invece, sembra fare molta più fatica. E il paradosso è che il talento non manca. Le Nazionali giovanili italiane ottengono risultati eccellenti, ma quei ragazzi spesso si perdono proprio quando dovrebbero compiere il salto decisivo.
La Federcalcio ha certificato che la Serie A è il 49° campionato al mondo per minuti giocati dagli Under 21 selezionabili per l’Italia: appena l’1,9%. E l’Italia è ultima tra i principali Paesi europei per i ricavi prodotti dai trasferimenti internazionali di calciatori formati nel proprio sistema.
Qui entra in gioco anche una responsabilità che raramente viene messa sotto accusa: quella degli allenatori. Non per cattiva fede, ma per convenienza. Un tecnico che vive con l’esonero dietro la panchina tende naturalmente a scegliere il giocatore che gli offre maggiori garanzie immediate. Il diciannovenne diventa una scommessa; il trentenne, una polizza assicurativa. E così il risultato della domenica finisce per prevalere sulla costruzione del giocatore di domani.
Nel calcio italiano, i giovani vengono schierati, prevalentemente, perché lo impongono i regolamenti. O per fare minutaggio finanziario. La meritocrazia, purtroppo, è una “sconosciuta”.
Ma la responsabilità è anche dirigenziale. In Italia si continua spesso a chiedere all’allenatore di vincere subito, mentre in altri grandi Paesi europei, dalla Spagna alla Germania, passando per l’Inghilterra, la valorizzazione dei giovani è diventata maggiormente parte di una strategia di club. Non è un caso che la stessa Federcalcio segnali il divario con la Spagna nell’utilizzo dei giocatori formati nei vivai: 19,3% dei minuti in Liga contro appena il 5,6% in Serie A.
Negli sport individuali il talento, se c’è, prima o poi presenta il conto: un cronometro, una vasca, una pedana non fanno sconti. Nel calcio, invece, il talento può essere rimandato, girato in prestito per “farsi” le ossa, lasciato in panchina. E, alla resa dei conti, può perfino perdersi.
Forse allora il problema del calcio italiano non è trovare nuovi talenti, italiani o di seconda generazione. È avere il coraggio di farli giocare. Perché la nuova Italia, intanto, corre e nuota. E sempre più spesso arriva davanti.


