La ricerca avanza con terapie innovative che trasformano i linfociti T in armi contro il cancro
La ricerca scientifica continua a fare passi da gigante nella lotta contro i tumori, in particolare il glioblastoma, un tipo di tumore cerebrale molto aggressivo considerato una patologia grave e difficile da trattare.
Molti pazienti che si sottopongono alla chemioterapia per curare alcune leucemie e linfomi, si ritrovano a non rispondere più alle cure, non avendo quindi una via d’uscita dalla propria patologia. Negli ultimi anni però, la nuova terapia salvavita basata sulle cosiddette cellule CAR-T ha iniziato a rappresentare un vero e proprio scudo contro alcuni tipi di tumore.
Come riporta il portale ufficiale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena, questa terapia anticancro utilizza alcune cellule del sistema immunitario del paziente (linfociti T), per poi modificarle in laboratorio per renderle capaci di riconoscere e attaccare le cellule tumorali, e infine reintrodurle nel corpo del paziente.
Finora, questa terapia ha avuto successo soprattutto contro i tumori del sangue. Adesso, i ricercatori stanno cercando di adattarla per combattere i tumori solidi, come il glioblastoma.
“In questo lavoro, abbiamo dimostrato come sia possibile isolare e ingegnerizzare i linfociti di pazienti affetti da glioblastoma, anche se fortemente trattati con chemio o radioterapia. Inoltre, abbiamo evidenziato come queste cellule T modificate del paziente siano in grado di svolgere una attività antitumorale efficiente come cellule CAR-T ottenute da linfociti di donatori sani”, spiega la Dr.ssa Chiara Chiavelli, prima autrice dello studio con la Dr.ssa Malvina Prapa, rispettivamente Ricercatrici di Unimore e della Università di Barleti, a Tirana in Albania.
“Nonostante i dati prodotti siano stati ottenuti in laboratorio, la loro grande importanza offre molti spunti di riflessione sulla applicazione clinica di questa tecnologia anche per il glioblastoma grazie ad un team multidisciplinare che vedrà chirurghi, oncologi, pediatri e radiologi lavorare assieme per aprire una migliore prospettiva terapeutica per un tumore ancora letale”, conclude il Prof. Giacomo Pavesi, Docente di Neurochirurgia e Direttore della Struttura Complessa di Neurochirurgia dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena.


