Forse, prima ancora che di un nuovo direttore o di una punta di peso, questa società, per meglio dire i Ladisa, avrebbero bisogno di ritrovare qualcosa di più semplice e profondo: una vera idea di calcio
Taranto in crisi d’identità e di progetto: quando la toppa è peggiore del buco. Cinque punti nelle ultime cinque partite, quarto posto in classifica e un’involuzione nel gioco che non può più essere liquidata come un semplice momento negativo. Il Taranto vive una crisi profonda, tecnica e strutturale, figlia di una costruzione sbagliata della squadra e di scelte dirigenziali che oggi presentano un conto salato.
La sconfitta contro il Bisceglie, diretta concorrente nella corsa alla promozione, ha soltanto reso più evidente ciò che da settimane si sussurrava negli ambienti rossoblù: questa squadra è stata assemblata male, con troppi doppioni e poche vere alternative nei ruoli chiave. La società ha già individuato il primo capro espiatorio: via il direttore sportivo Riccardo Di Bari, reo, secondo la proprietà, di aver allestito un organico non all’altezza delle ambizioni dichiarate.
Una preparazione sbagliata ed una tenuta fisica insufficiente
Il Taranto ha pagato un’impostazione sbagliata del lavoro estivo, concentrato più sull’immediato che su una preparazione di fondo. Il risultato? Una squadra che regge un tempo e poi si spegne. Nei secondi 45 minuti delle ultime cinque gare, i rossoblù hanno sistematicamente ceduto campo, gioco e iniziativa agli avversari, dimostrando scarsa tenuta atletica ed una crescente confusione tattica.
Gli infortuni muscolari di giocatori come Konate e Di Paolantonio, per esempio, sono segnali inequivocabili di un affaticamento eccessivo, sintomo di una condizione fisica precaria. Ma il problema non è solo atletico: è mentale, tecnico e, purtroppo, organizzativo.
Un organico squilibrato e senza idee
L’attacco, reparto che dovrebbe trascinare una squadra con ambizioni da vertice, è il simbolo di questa crisi. Il Taranto non riempie mai l’area di rigore, non ha una prima punta capace di imporsi negli ultimi undici metri. L’attaccante titolare fatica sia nel controllo palla che nella finalizzazione, e i nuovi arrivi, pur tecnicamente validi, sono più sottopunte che veri centravanti.
Anche la linea difensiva mostra limiti preoccupanti. De Rosa, adattato a sinistra, si affida spesso a lanci lunghi e imprecisi, subendo la velocità degli avversari. I portieri under, poi, continuano a rappresentare un’incognita: troppi errori, troppi gol subiti in modo assurdo. La “batteria” inesistente dei giovani di prospetto meriterebbe un approfondimento a parte. Il continuo andirivieni di “figurine”, a volte sconosciute, sembra più il risultato di un casting improvvisato che di una programmazione reale.
La domanda è: ora dopo Di Bari, chi guiderà la rinascita?
La bocciatura del direttore sportivo apre ora uno scenario delicato. Tocca al direttore generale Camicia e al team manager Bitetto provare a rimettere ordine in attesa che la proprietà decida se affidare la direzione sportiva a una nuova figura. I nomi che circolano sono quelli di Belviso (anche lui barese, ha già lavorato con i Ladisa ai tempi di Monopoli) e del già accasato Luigi Gentile, ma a tal proposito non escluderemmo, a priori, l’inserimento a sorpresa di qualche ex caldeggiato da sponsor più o meno credibili. In ogni caso, qualunque sarà la scelta, il loro compito non sarà facile: l’organico va rimodulato, servono interventi mirati e, soprattutto, serve investire mettendo mani al portafogli. Costi quel che costi. Questo è il messaggio che la proprietà deve recepire.
Più che nuovi nomi, occorre passione vera, non mire, malcelate, su particolari future attività collaterali al calcio giocato. Il Taranto ha quindi bisogno di una visione. Di una direzione sportiva stabile, competente e di una passione autentica per il calcio, non di improvvisazioni o “correzioni” fatte in corsa.
La città, la tifoseria, lo stadio Iacovone rinnovato attendono una scossa. Perché oggi, più che una squadra in difficoltà, il Taranto appare come una “squadraccia” senza identità, costruita in fretta e corretta nel modo peggiore.
E forse, prima ancora che di un nuovo direttore o di una punta di peso, questa società, per meglio dire i Ladisa, avrebbero bisogno di ritrovare qualcosa di più semplice e profondo: una vera idea di calcio.


